Omelia 18-6-17


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Anno A – Solennità

 

Cristo rimane con noi nel segno della sua Pasqua

La vita dell’uomo è popolata di presenze. Presenze visibili e vicine come quella di una madre che veglia sul bimbo che gioca o che riposa. Presenze invisibili come quella di due persone che si amano, si pensano e s’incontrano al di là della distanza e della lontananza del corpo.
Presenze che procurano quiete, soddisfazione, sicurezza, e presenze tempestose, sconvolgenti, che incombono come una minaccia…

Il significato di una presenza
Sul piano dell’esperienza umana profonda, l’uomo fa l’esperienza singolare di una presenza misteriosa ma reale che tocca il centro del suo essere; una presenza che ispira un ineffabile sentimento di fiducia, di sicurezza e che lo appella nell’intimo. È la rivelazione e la presa di coscienza della presenza creatrice di Dio che ci fa esistere, di quel Dio «nel quale viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo» (At 17,28), una presenza che «sostenta» l’uomo, lo «nutre» (prima lettura).
La presenza di Dio in mezzo a noi ha assunto, nella storia, la forma visibile e tangibile di Gesù, immagine visibile del Dio invisibile, rivelatore del mistero del Padre. La sua incarnazione e nascita a Betlemme, da Maria vergine, al tempo di Cesare Augusto, è l’apice di una lunga serie di segni attraverso i quali il Dio vivente aveva fatto sentire la sua presenza (Patriarchi, Re, Profeti, Santi dell’Antico Testamento…). Dopo l’Ascensione che lo sottrae alla sensibile esperienza degli uomini, la presenza di Gesù cambia segno ma non realtà. Egli resta e si dona sotto il segno del pane spezzato e del vino, nei quali offre il suo Corpo in cibo e il suo Sangue in bevanda di salvezza e di vita (seconda lettura e vangelo). Egli rimane con noi sino alla fine del mondo.

Noi facciamo «memoria» di lui
Ora noi possiamo incontrare Gesù attraverso la «memoria» di lui, specialmente la «memoria» liturgico-sacramentale. Durante la celebrazione liturgica noi facciamo, infatti, memoria di Gesù, della sua vita, della sua morte, della sua risurrezione, rendendolo in tal modo presente in mezzo a noi. Non si tratta, però, di una presenza disincarnata, di una memoria che si affida solo al ricordo. Si tratta di una memoria che attraverso i segni del pane e del vino mangiati e condivisi dalla comunità, rende presente Cristo nella sua realtà e nel mistero che ci vengono comunicati.
Poiché Cristo è al centro e al vertice di tutta la storia della salvezza, l’Eucaristia, memoriale della sua passione-morte-risurrezione, è ricordò e celebrazione di tutta la storia della salvezza: lo è delle vicende di Israele, «popolo di Dio»; della vita di Cristo; della storia e della vita attuale della Chiesa, «nuovo popolo di Dio». Che cosa si deve intendere per «memoria»? Nella memoria si conserva il passato. Ogni evento umano si compie in modo transitorio: unico e irripetibile. Non lo possiamo trattenere né richiamare quando è passato. In questo sta il suo valore ed anche il suo limite, la sua preziosità e la sua transitorietà, la sua bellezza e la sua impotenza.
Possiamo tuttavia richiamare il passato col ricordo. Per questo teniamo desta la sua memoria. Di talune opere e persone si dice che sono imperiture. Hanno valore storico. Affinché la loro memoria in noi non si spenga, ricordiamo queste opere o queste persone con un segno, un monumento, una stele, una fiamma perenne…

Una memoria viva, memoria di fede
Il sacrificio eucaristico è una forma di memoria sostanzialmente diversa dalle altre. Ci si ricorda del Signore anche nella forma sopra descritta, quando viene innalzata una croce in ricordo della passione. Ci si ricorda di lui quando si legge insieme il vangelo o si compiono certi gesti che evocano quelli di Gesù (= sacramenti). Il carattere di memoria proprio dell’Eucaristia verrebbe sottovalutato se lo si riducesse solo ad una di queste forme. Essa non è memoria psicologica nel senso di un ricordo, né semplicemente oggettiva nel senso del monumento.
È una commemorazione di specie tutta propria, in cui l’elemento psicologico e quello ontologico si congiungono in una unità superiore. Non è una memoria puramente intenzionale, ma una memoria piena di realtà. I Padri la chiamano spesso una «imitazione» della morte di Gesù Cristo. Tuttavia essa non è una riproduzione in senso esterno, bensì nel senso di un’intima unione, in quanto nell’Eucaristia per mezzo del simbolo sacramentale è presente la morte di Cristo.
L’Eucaristia è un’epifania sacramentale della Pasqua, e ciò si può conoscere soltanto per mezzo della fede. L’Eucaristia è, quindi, una memoria di fede.

O prezioso e meraviglioso convito!

Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa
(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

L’Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi, da uomini, déi. Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull’altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati. Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.
O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento? Nessun sacramento in realtà é più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposizioni, e la mente viene arricchita di tutti i carismi spirituali. Nella Chiesa l’Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti.
Nessuno infine può esprimere la soavità di questo sacramento. Per mezzo di esso si gusta la dolcezza spirituale nella sua stessa fonte e si fa memoria di quella altissima carità, che Cristo ha dimostrato nella sua passione. Egli istituì l’Eucaristia nell’ultima cena, quando, celebrata la Pasqua con i suoi discepoli, stava per passare dal mondo al Padre. L’Eucaristia é il memoriale della passione, il compimento delle figure dell’Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Dt 8, 2-3. 14b-16a
Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Dal libro del Deuteronòmio
Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 147
Loda il Signore, Gerusalemme. 


Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Seconda Lettura  1 Cor 10, 16-17
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

SEQUENZA

[ Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.
    Lauda Sion Salvatorem,    lauda ducem et pastorem,    in hymnis et canticis. 
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.    Quantum potes, tantum aude:

    quia major omni laude,

    nec laudare sufficis,
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
    laudis thema specialis,

    panis vivus et vitalis

    hodie proponitur.
Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
   Quem in sacræ mensæ coenæ,

    turbæ fractrum duodenæ

    datum non ambigitur.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.

 

    Sit laus plena, sit sonora,

    sit jucunda, sit decora
mentis jubilatio.

Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.

 

    Dies enim solemnis agitur,

    in qua mensæ prima recolitur

    Hujus institutio.
E il banchetto del nuovo Re,
nuova, Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.

 

    In hac mensa novi Regis,

    novum Pascha novæ legis,

       phase vetus terminat.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.

  

    Vetustatem novitas,

    umbram fugat veritas,

    noctem lux eliminat.
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo,
    Quod in coena Christus gessit,

    faciendum hoc expressit

    in sui memoriam.
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.

 

    Docti sacris institutis,

    panem, vinum in salutis

    consecramus hostiam.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.

 

    Dogma datur christianis,

    Quod in carnem transit panis,

       Et vinum in sanguinem.
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.

 

    Quod non capis, quod non vides,

    animosa firmat fides,

    Præter rerum ordinem.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.

 

      Sub diversis speciebus,

   signis tantum, et non rebus,

      latent res eximiæ.

Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.
    Caro cibus, sanguis potus:    manet tamen Christus totus       sub utraque specie.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
    A sumente non concisus,    non confractus, non divisus:    integer accipitur.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.

 

    Sumit unus, sumunt mille:

    quantum isti, tantum ille:

    Nec sumptus consumitur.

 
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
    Sumunt boni, sumunt mali:

    sorte tamen inæquali,
vitæ vel interitus.

Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!

 

    Mors est malis, vita bonis:

    Vide paris sumptionis

    quam sit dispar exitus.
Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell’intero.

 

    Fracto demum sacramento,

    ne vacille, sed memento
tantum esse sub fragmento,

È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona. ]

 

    Quantum tot tegitur.

    Nulla rei fit scissura:

    Signi tantum fit fractura,

    qua nec status, nec statura
signati minuitur.

Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.

 

    Ecce Panis Angelorum,

    factus cibus viatorum:

    vere panis flliorum,

    non mittendus canibus.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.

  

    In figuris præsignatur,

    cuni Isaac immolatur,

    Agnus Paschæ deputatur,
datur manna patribus.

Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.

 

    Bone pastor, panis vere,

    Jesu, nostri miserere:

    Tu nos pasce, nos tuere,

    tu nos bona fac videre
in terra viventium.

Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.
    Tu qui cuncta seis et vales,

    qui nos pascis hic mortales:

    Tuos ibi commensales,

    coheredes et sodales

    fac sanctorum civium.

      Amen. (Alleluia).


Canto al Vangelo  
Gv 6,51
Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia.

   
Vangelo  
Gv 6, 51-58
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».