Omelia 5-6-16

Dolce Cuore di Gesù fa che io t’ami sempre più, dolce Cuore di Maria sii la salvezza dell’anima mia
X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C

Cristo che vince la morte e la salvezza

Il Cristo mediatore perfetto di salvezza è il Cristo vincitore della morte.
Per Luca la risurrezione operata a Nain (vangelo) è un segno della venuta dei tempi messianici; per dire questo costruisce il suo racconto sul modello del miracolo di Elia (prima lettura), facendo notare in una serie di particolari la infinita superiorità di Gesù.

La rianimazione del figlio della vedova è un segno
Quando al v. 22 dello stesso capitolo Gesù per definire la sua identità dirà: «I morti risuscitano», enuncerà un fatto già avvenuto. Questa speranza messianica si fondava su Is 61,1; 55,5-6; 26,19. In questo contesto il giudaismo prevedeva, per la fine dei tempi e l’inaugurazione dell’èra messianica in cui il Messia avrebbe guarito tutte le sofferenze e deficienze umane, una risurrezione generale dei figli di Israele morti prima di allora e attendeva che Elia tornasse sulla terra per presiedere alla inaugurazione di questi tempi.
Ma il miracolo che Gesù compie, se rivela il dominio sulla morte, ne è però solo un segno, in quanto la rianimazione di un cadavere è solo una vittoria momentanea, non definitiva. La liberazione totale dalla morte e da ogni male — e perciò la «salvezza definitiva della vita» — è solo la «risurrezione di Gesù». La risurrezione di Gesù non è una rianimazione del corpo, ma una «animazione» nuova, gloriosa, diversa da quella della incarna­zione. È l’ingresso di Cristo in una condizione nuova di esistenza. La risurrezione di Gesù è l’atto divino per mezzo del quale Dio salva oggi noi e l’umanità intera nella nostra esistenza umana. La salvezza dunque non è nell’uomo come tale o nell’umanità; neppure nel loro progressivo sviluppo, anche se protratto all’infinito.
È necessario un «passaggio», un intervento divino assolutamente nuovo: il passaggio dell’uomo in Dio, cioè la pasqua di Cristo, che Dio stesso attua nel Figlio suo fatto uomo.
Un passaggio dell’uomo in Dio che investe tutto l’uomo, corpo e spirito, storia ed universo. Luca, illuminando di luce pasquale il racconto del miracolo, dice:  «Il Signore ne ebbe compassione».

Cristo risorto, salvezza dell’uomo
Ora Gesù è «Signore» in quanto è risorto. Ciò vuol dire che solo nella risurrezione Gesù si è rivelato pienamente Dio e pienamente uomo. La risurrezione, portando il Cristo all’approdo totale nel mondo del Padre, ha abolito per sempre i limiti impostigli dalla sua assunzione dei pesi della esistenza umana segnata dal peccato e così ha tolto i veli che impedivano di vedere la sua «gloria». Con la morte-risurrezione, inoltre, si è completata l’incarnazione: la dimensione umana di Gesù si è totalizzata e così la traduzione del Figlio in termini umani è giunta al suo compimento, ossia il Figlio è divenuto pienamente uomo e l’uomo è divenuto pienamente Figlio.
Credere alla risurrezione, allora, significa pure credere che la filiazione divinizzante e la liberazione dal peccato sono ormai una realtà, sono Gesù risorto, che porta ogni uomo che si abban­dona sinceramente a lui alla piena comunione filiale-trinitaria col Padre.
Questo è anche il vangelo di Paolo. Egli annuncia ciò che ha «veduto», Cristo risorto. L’esperienza del Risorto è alla radice della sua vocazione, della sua missione (seconda lettura).

In Cristo il futuro è già presente
Anche oggi è vivo l’interrogativo: Cristo è soltanto il precursore di un regno futuro, l’araldo di un’etica ancora da definire, oppure è già il regno, nell’intimo della sua persona? I primi cristiani hanno resistito alla tentazione di ridurre Gesù all’ufficio di un nuovo Elia e hanno trasferito questo parallelo su Giovanni Battista. Anche noi, oggi, non dobbiamo accettare che Gesù venga ridotto a semplice precursore di una umanità rinno­vata: egli è già questa umanità. In lui il futuro è già presente. Guardando il mondo, questo teatro immenso dove si svolge l’azionemeravigliosa dell’uomo, abbiamo alternativamente la sensazione di una gigantesca e paurosa apparenza e vanità o di una realtà assoluta e consolante. Dipende da come la guardiamo: se la guardiamo con l’occhio della fede nella risurrezione, cioè della fede che il mondo e la storia sono salvati per sempre dalla vanificazione del non essere, rimaniamo fiduciosi perché la nostra storia è, nel tempo, la storia della morte e risurrezione di Gesù. L’umanità ha davanti a sé non il nulla senza fine ma la vita in pienezza senza fine. Cristo risorto è il futuro dell’uomo.

 

Non voglio piacere agli uomini, ma a Dio

Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr., Capp. 1, 1 – 2, 2; Funk 1, 213-215)

Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa che ha ottenuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo unico Figlio; alla chiesa amata e illuminata dalla volontà di colui che vuole tutto ciò che è secondo la fede e la carità di Gesù Cristo nostro Dio; alla chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani; alla chiesa gradita a Dio, meritevole di onore e di consensi, degna di essere proclamata beata; alla chiesa alla quale spetta un destino di grandezza; alla chiesa che presiede alla comunione della carità. Essa possiede la legge di Cristo e porta il nome del Padre. Io la saluto nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre.
A quanti sono uniti tra loro come lo sono il corpo e l’anima, fusi nell’obbedienza ad ogni comando di Dio, ripieni della sua grazia, compatti fra loro e alieni da ogni contaminazione estranea, a tutti auguro santamente ogni bene in Gesù Cristo nostro Dio.
Con le mie preghiere ho ottenuto da Dio di vedere il vostro venerabile volto, e l’avevo chiesto con insistenza. Ora, incatenato in Gesù Cristo, spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia ritenuto degno di giungere fino alla fine. L’inizio è ben posto, mi resta da ottenere la grazia di raggiungere senza ostacolo la sorte che mi aspetta.
Temo che mi sia di danno l’affetto che mi portate. Per voi sarebbe facile ottenere ciò che volete: ma per me sarà difficile raggiungere Dio, se non
avete pietà di me.
Non voglio che vi comportiate in modo da piacere agli uomini, ma a Dio, come del resto fate. Io non potrò mai trovare un’occasione più propizia per giungere al possesso di Dio, né voi potrete associare il vostro nome a un’opera più bella, se rimarrete in silenzio. Se non parlerete in mio favore, io diventerò parola di Dio. Se invece amerete questa mia vita nella carne, rimarrò una voce qualsiasi.
Non vogliate offrirmi di meglio del dono d’essere immolato a Dio, ora che l’altare è pronto. Allora, riuniti in coro nella carità, potrete cantare inni al Padre in Gesù Cristo, perché Dio ha concesso al vescovo di Siria la grazia di essere trovato in lui, facendolo venire dall’oriente in occidente. E’ bello tramontare al mondo per risorgere nell’aurora di Dio.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  1 Re 17, 17-24
Tuo figlio vive.

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».
Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».
Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 29
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

Seconda Lettura   Gal 1, 11-19
Si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

Canto al Vangelo    Lc 7,16
Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia.

    
Vangelo   
Lc 7, 11-17
Ragazzo, dico a te, alzati!

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.