Omelia 7-8-17

BEATI AGATANGELO E CASSIANO

Francesco Noury nacque a Vendome il 31 luglio 1598. Aveva una famiglia numerosa e discretamente agiata, il padre, presidente del tribunale, era un buon cristiano. Fu in prima fila quando i cappuccini raccolsero i fondi per aprire in città un convento e il bambino rimase affascinato dalla semplice religiosità di quei frati che ispiravano la loro vita al grande santo di cui portava il nome. Fatti gli studi classici, sentì chiara la vocazione intorno ai vent’anni ed entrò nel noviziato di Mans con il nome di Agatangelo. Si trasferì quindi a Poitier, sotto la guida di validi insegnati. Ordinato sacerdote a ventisette anni, per qualche tempo prese parte alle missioni popolari del Poitou. Durante la quaresima del 1626 ebbe il privilegio di predicare nella sua cittadina sentendo però forte la volontà di partire missionario. Realizzerà il desiderio unendo il proprio destino ad un giovane di Nantes, Gundisalvo Lopez-Neto, che era nato in una casa di mercanti portoghesi, insieme ad una sorella gemella, il 14 gennaio 1607. Anch’egli studiò in collegio, distinguendosi per l’intelligenza e l’ottima condotta. Fin da giovane amava ritirarsi nel silenzio della cappella dei cappuccini, poco distante da casa e a nove anni voleva già farsi cappuccino e missionario. A sedici anni vestì il saio, entrando nel noviziato di Angers con il nome di Cassiano. Studiò a Rennes con lo stesso insegnante di Agatangelo e venne ordinato sacerdote. Prima di partire per l’Africa visse la dura esperienza della pestilenza che nel 1631-1632 infuriò in Francia: il giovane frate assistette generosamente i malati rimanendo illeso dal contagio. Passata l’emergenza finalmente i superiori lo destinarono in Egitto. Si imbarcò a Marsiglia, atteso oltremare, tra gli altri, da Agatangelo. Il frate di Vendome era ad Aleppo (Siria) già dal 1629. Assisteva i mercanti francesi e italiani e studiava la lingua araba per poter lavorare al riavvicinamento tra la Chiesa cattolica e l’antichissima Chiesa ortodossa copta. Scopo nobile quanto arduo da realizzare. Aveva stabilito buoni rapporti con le popolazioni arabe, si adoperava per la liberazione degli schiavi cristiani ed era soprannominato “l’apostolo del Libano”. L’incontro tra i due futuri martiri avvenne ad Alessandria nel 1633: uno con alle spalle un po’ d’esperienza missionaria, l’altro pieno del vigore della giovane età. Insieme verseranno il loro sangue per Cristo.
Con l’obbiettivo di avvicinare a Roma la chiesa copta, Agatangelo e Cassiano studiarono la lingua gheez e instaurarono buoni rapporti col patriarca Matteo III che permise loro di celebrare nelle chiese del posto. Nel 1636 Agatangelo e un altro frate andarono nel celebre convento di Der Antonio, nella Bassa Tebaide, conquistando il rispetto dei monaci. A una restrizione della Congregazione di Propaganda Fide circa la celebrazione delle Messe nelle chiese locali non cattoliche, Agatangelo scrisse a Roma e ottenne il permesso di proseguire, vedendo in questo un modo di avvicinare le due confessioni religiose. Nel 1637 si riunì un sinodo del patriarcato copto per discutere sulle intese con la Chiesa cattolica, ma molti dissentirono a causa della cattiva condotta di alcuni cristiani locali. Agatangelo scrisse a Roma chiedendo che i responsabili venissero scomunicati. Matteo III decise comunque la nomina di un nuovo arcivescovo per l’Abissinia (Etiopia) che sarebbe stato accompagnato dai cappuccini e da un luterano di Lubecca, le cui malvagie intenzioni si manifesteranno in seguito. I due frati vollero prima visitare la Palestina e i luoghi di Gesù. Quindi, con l’aiuto di un mercante veneziano, attraversarono il deserto della Nubia diretti alle coste del Mar Rosso. Correva l’anno 1638.
Lo scontro con la gerarchia ecclesiastica locale fu violento quanto inatteso. Giunti sull’altopiano eritreo Agatangelo e Cassiano furono imprigionati proprio dal neo arcivescovo e dal luterano. Non c’era nessuno a difenderli. Il 5 agosto, incatenati agli animali che trasportavano i propri carcerieri, sotto un sole cocente, furono condotti a Gondar. Il luterano li coprì di calunnie di fronte al Re (Negus) Basilides. Il primate locale non li ricevette accusandoli di proselitismo. Per aver salva la vita avrebbero dovuto abiurare ma, impavidi, i due cappuccini difesero il proprio credo e Cassiano, che conosceva l’amarico, rinnovò la professione di fede. Furono condannati all’impiccagione. Ironia della sorte, mancando le corde i due frati, ormai pronti al premio eterno, offrirono allo scopo i loro cingoli e davanti ad una folla inferocita furono giustiziati. Ci fu poi la lapidazione e i loro corpi vennero coperti da un cumulo di pietre. Un’autorevole personaggio abissino, di fronte a tanto coraggio, si fece cattolico. Quella notte, sopra quel cumulo si vide una grande colonna di luce.
La notizia dell’assassinio dei due cappuccini giunse in Europa, ma soprattutto il loro eroico esempio rimase vivo nelle popolazioni locali. I tentativi, nei secoli successivi, dei missionari di avvicinare i cristiani di quelle terre al cattolicesimo fallirono. Solo nell’Ottocento sorsero alcune chiese uniate grazie all’influenza italiana. Nel 1889 Papa Leone XIII aprì una prefettura apostolica, qualche anno dopo la fondazione della colonia italiana.
La causa di beatificazione di Agatangelo e Cassiano ebbe esito positivo solo grazie all’impegno del Cardinale Guglielmo Massaia (1809-1889), missionario in Etiopia per trentacinque anni. Il frate piemontese ritrovò le tombe, raccolse i documenti e le ancora numerose cronache trasmesse oralmente sul sacrificio dei due missionari francesi che furono quindi beatificati da S. Pio X il 1° gennaio 1905.


Autore:
Daniele Bolognini

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura           Nm 11, 4b-15
Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo.

Dal libro dei Numeri
In quei giorni, gli Israeliti ripresero a piangere e dissero: «Chi ci darà carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna».
La manna era come il seme di coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla, poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta con l’olio. Quando di notte cadeva la rugiada sull’accampamento, cadeva anche la manna.
Mosè udì il popolo che piangeva in tutte le famiglie, ognuno all’ingresso della propria tenda; l’ira del Signore si accese e la cosa dispiacque agli occhi di Mosè.
Mosè disse al Signore: «Perché hai fatto del male al tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, al punto di impormi il peso di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? O l’ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: “Portalo in grembo”, come la nutrice porta il lattante, fino al suolo che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri? Da dove prenderò la carne da dare a tutto questo popolo? Essi infatti si lamentano dietro a me, dicendo: “Dacci da mangiare carne!”. Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; che io non veda più la mia sventura!».

Salmo Responsoriale          Dal Salmo 80
Esultate in Dio, nostra forza


Il mio popolo non ha ascoltato la mia voce,
Israele non mi ha obbedito:
l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore.
Seguano pure i loro progetti!

Se il mio popolo mi ascoltasse!
Se Israele camminasse per le mie vie!
Subito piegherei i suoi nemici
e contro i suoi avversari volgerei la mia mano.

Quelli che odiano il Signore gli sarebbero sottomessi
e la loro sorte sarebbe segnata per sempre.
Lo nutrirei con fiore di frumento,
lo sazierei con miele dalla roccia.

Canto al Vangelo   Mt 4,4 
Alleluia, alleluia.

Non di solo pane vive l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Alleluia.

Vangelo   Mt 14, 13-21
Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista ], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.