Santa Messa 1-3-20

Grazie e Gloria a Te, Signore Gesù

I DOMENICA DI QUARESIMA – A

(Domenica della Tentazione)

Adora il Signore Dio tuo

Questa prima domenica del «ciclo battesimale» celebra lo scontro vittorioso di Cristo sul maligno e il suo fedele «sì» alla volontà del Padre. Gesù che nel battesimo al Giordano è stato manifestato dal Padre come «Figlio dilettissimo» (cf Mt 3,17), subito dopo viene condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato.

Esistenza tentata
L’episodio è sconcertante per certa «pietà» che legge nella tentazione un disordine e che trasferisce sulla vita terrena di Gesù la gloria del Figlio di Dio. Non si tratta neppure di una narrazione a scopo edificante, ma di un racconto-chiave che presenta la condizione pienamente umana nella quale Gesù vive la sua relazione con il Padre. Si hanno qui le prime avvisaglie di una prova che attraverserà tutta la vita di Gesù fino al momento culminante della croce. Tra il battesimo del Giordano e il battesimo della croce si apre e si snoda così un cammino di progressiva fedeltà alla vocazione ricevuta.
La triplice insinuazione diabolica: «Se sei Figlio di Dio…» (vangelo) fa da contrappunto alla dichiarazione del Padre al battesimo di Gesù. La tentazione dunque va alla radice della condizione filiale di Gesù. Se Cristo avesse eluso la «povertà» della condizione umana e avesse percorso la «scorciatoia» del successo facile, non sarebbe stato autenticamente uomo, né Figlio di Dio. In fondo questa è la tentazione di ogni uomo, e il cristiano deve fare i conti con una simile realtà che diventa il banco di prova della sua fede e della sua esistenza filiale.

La risposta di Cristo, nuovo Israele e nuovo Adamo
Teatro dell’azione è il deserto, tradizionale luogo della prova e dell’intimità con Dio. Nel deserto, al tempo dell’esodo, il popolo d’Israele conobbe la tentazione e risultò sconfitto. Nello stesso luogo Cristo, come nuovo Israele, esce vincitore di Satana.
Il  tentatore, con raffinata abilità, fa balenare a Cristo il miraggio di un facile messianismo: le suggestioni del potere, del prestigio, della ricchezza. Ma la scelta di Cristo è inequivocabile. Con un triplice: «Sta scritto…» mostra come la sua vita scorra all’ombra della divina Parola. Suo cibo è la volontà del Padre: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cf Dt 8,3). Questo inciso, che risulta centrale nella liturgia odierna (accl. al vangelo; ant. di comun.; oraz. dopo la com.), sta ad indicare quale sia l’unica scelta che promuove l’uomo e che lo costituisce nella libertà. L’altra scelta possibile è l’autonomia da Dio, la sfiducia in Lui, nell’illusoria presunzione di raggiungere la propria pienezza (prima lettura). Le indicazioni del Signore, anziché un dono e una garanzia di vita, vengono interpretate da Adamo, per insinuazione diabolica, come un segno di difesa da parte di Dio delle sue prerogative divine. L’errore di valutazione manifesta subito un effetto devastante: il senso di vergogna, annotato dallo scrittore sacro, indica una disarmonia, una lacerazione dell’uomo in se stesso che non sa più guardare la realtà con occhi limpidi e innocenti. E il peccato porterà con sé la divisione profonda della prima coppia, la frantumazione dell’armonia umana e cosmica.
Con la scomparsa dell’illusione appare la drammatica verità dell’uomo orgoglioso e peccatore. La sua scelta negativa non può che condurre alla morte. Cristo, con la risposta positiva al progetto del Padre, appare come nuovo Adamo che rettifica lo scacco subito dal primo uomo (seconda lettura) e dà inizio a una umanità nuova.

Una vocazione da verificare
La quaresima è il tempo in cui si fa memoria viva del proprio battesimo. Ciò implica una consapevolezza sempre più chiara della vocazione divina, della nostra condizione di figli. Nessuno però ha ricevuto una fedeltà irreversibile. La nostra vista miope rischia di ingigantire la consistenza delle cose; i nostri desideri sono sollecitati da suggestioni che falsano le prospettive. Gli idoli di sempre si propongono come pienezza e realizzazione dell’uomo. L’avere, il potere, il valere quando impongono la loro logica generano solo chiusura, delusione, vuoto, conflitti. La storia dell’umanità documenta in modo drammatico la potenza devastatrice degli idoli dei mondo. Su scala minore, nel nostro ambiente e nella nostra vita, siamo testimoni degli effetti prodotti dalla sete di denaro, dall’ambizione e dal potere: ingiustizia, menzogna, odio, violenza, incomprensione tra coniugi o tra genitori e figli.
Il credente, come Cristo, affidandosi alla Parola di Dio testimonia e conferma la fecondità della sua scelta. Suo unico Signore è Dio e a Lui solo presta il suo culto filiale. Scegliere Dio è certamente scomodo e lo scontro può fare paura; ma la vittoria di Cristo pervade di ottimismo chi ha aderito a Lui.

In Cristo siamo stati tentati e in lui abbiamo vinto il diavolo

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo (Sal 60, 2-3; CCL 39, 766)
«Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera» (Sal 60, 1). Chi è colui che parla? Sembrerebbe una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice infatti: «Dai confini della terra io t’invoco; mentre il mio cuore è angosciato» (Sal 60, 2).
Dunque non si tratta già di un solo individuo: ma, in tanto sembra uno, in quanto uno solo è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola, infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra non grida se non quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2, 8).
Dunque, è questo possesso di Cristo, quest’eredità di Cristo, questo corpo di Cristo, quest’unica Chiesa di Cristo, quest’unità, che noi tutti formiamo e siamo, che grida dai confini della terra.
E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t’invoco». Cioè, quanto ho gridato a te, l’ho gridato dai confini della terra: ossia da ogni luogo.
Ma, perché ho gridato questo? Perché il mio cuore è in angoscia. Mostra di trovarsi fra tutte le genti, su tutta la terra non in grande gloria, ma in mezzo a grandi prove.
Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.