Santa Messa 12-7-20

 


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno A

La Parola

«Hanno la bocca e non parlano » (Sal 1 13B,5). Questa satira degli « idoli muti» sottolinea per contrasto uno dei tratti più caratteristici del Dio vivente. Egli parlaagli uomini. Si rivela non soltanto nel linguaggio silenzioso della natura e dei segni creaturali; egli «parla» con i suoi interventi storici di salvezza e di misericordia, di richiamo e di castigo. Egli parla nell’Antico Testamento attraverso i profeti, suoi privilegiati mediatori e quasi suoi porta-parola. Parla loro in sogni e visioni (Nm 16,6); si rivela nelle ispirazioni personali (2 Re 3,15); a Mosè parla « bocca a bocca » (Nm 12,8).

Parola che è esperienza di vita
Nell’Antico Testamento la parola di Dio è anzitutto un fatto, una esperienza: Dio parla direttamente a uomini privilegiati e per mezzo loro a tutto il suo popolo. La centralità della parola di Dio nell’Antico Testamento prepara il fatto sconvolgente del Nuovo Testamento, dove questa parola — il Verbo — diventa carne. Le letture di oggi ci invitano ad approfondire in maniera unitaria il tema della parola. Nella storia della Chiesa le epoche di «aggiornamento» hanno sempre portato ad una restaurazione dell’ascolto e del confronto con la parola di Dio. E quello che sta avvenendo oggi. Lo prova il fervore di studi provocati dal Concilio e lo conferma la riforma liturgica che si sforza di ridare alla celebrazione della parola il posto che le compete.
Anche oggi, come al tempo di Gesù, è la parola che convoca e raduna la Chiesa attorno al Padre, ed è nell’approfondimento della parola che i cristiani prendono coscienza di essere famiglia di Dio, suo nuovo popolo di salvati. E ancora l’atteggiamento nei confronti della parola (di indifferenza, di rifiuto, di trascuratezza, o di accoglienza) che definisce la nostra posizione nel regno di Dio (vangelo).

Indifferenza e non-ascolto della parola
All’atteggiamento di non-ascolto o di rigetto della parola di Dio ai tempi di Gesù, fa riscontro ai nostri giorni un atteggiamento di indifferenza e di non-comprensione della parola da parte dell’uomo moderno. A volte i pastori, i predicatori e i missionari hanno l’impressione di parlare una lingua straniera all’uomo d’oggi.
I cristiani stessi hanno la sensazione che c’è una specie di divario tra la loro vita di tutti i giorni e la parola che viene loro annunciata nell’assemblea eucaristica; sembra troppo legata ad altri tempi, appare statica e senza impatto sulla vita reale. E la parola di Dio che viene messa in causa? o è soltanto l’incontro con il mondo e l’uomo moderno che non ha ancora trovato la giusta lunghezza d’onda?
Nel corso dei secoli del cristianesimo, la teologia della parola ha messo l’accento quasi esclusivamente sulla proclamazione della parola. La parola era oggetto di una predicazione: un «dato» che deve essere consegnato fedelmente, trasmesso come un deposito prezioso. La vita del cristiano, la sua esperienza quotidiana era vista solo come un terreno in cui la parola veniva messa in pratica. La esperienza, la vita, l’esistenza concreta non erano viste come «parlanti», e neppure come rivelatrici di nuovi aspetti e significati della parola. Dio parlava soltanto là dove la parola era proclamata, là dove le Scritture erano lette e commentate.

L’evento come parola
Da qualche tempo si sta verificando una svolta nella considerazione e nella comprensione della parola di Dio. Si riscopre che il Dio della fede parla innanzi tutto nell’evento, cioè attraverso la storia, la vita vissuta del popolo di Dio, imbarcato nell’unica avventura degli uomini. Nella prassi pastorale e soprattutto nella catechesi l’esperienza dell’uomo viene assunta sempre più completamente, non solo come espediente didattico o come aggancio psicologico, ma veramente come il luogo privilegiato dove la parola di Dio si manifesta in tutta la sua ricchezza e potenza.
Ad una catechesi intesa come un parlare di Dio e un ascoltare dell’uomo, viene gradualmente sostituendosi una catechesi più incarnata nelle situazioni, più attenta ai problemi dell’uomo, cioè più « antropologica », che potremmo esprimere nel modo seguente: L’uomo interroga e Dio risponde. Capita cioè un rovesciamento di prospettive, a tutto favore di una più profonda comprensione della parola di Dio.
Il messaggio deve illuminare l’esistenza. L’esperienza non viene messa a servizio dei messaggio per illustrano, ma è il messaggio piuttosto che viene utilizzato per conferire all’esistenza tutta la significazione che ha nella fede. Solo così la parola è veramente annunciata, perché solo così risuona nel profondo dell’esperienza dell’uomo d’oggi.

Catechesi dei riti pre-battesimali

Inizio del trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 1-7; SC 25 bis, 156-158)

Ogni giorno abbiamo tenuto un discorso su temi morali mentre si leggevano o le gesta dei patriarchi o gli insegnamenti dei Proverbi, perché, modellati e ammaestrati da essi, vi abituaste a entrare nelle vie degli antichi, a percorrere la loro strada e a obbedire agli oracoli divini, cosicché rinnovati dal battesimo teneste quella condotta che si addice ai battezzati.
Ora è venuto il tempo di parlare dei misteri e di spiegare la natura dei sacramenti. Se lo avessi fatto prima del battesimo ai non iniziati, avrei piuttosto tradito che spiegato questa dottrina. C’è anche da aggiungere che la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa, anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa.
Aprite dunque gli orecchi e gustate le armonie della vita eterna infuse in voi dal dono dei sacramenti. Ve lo abbiamo significato, quando celebrando il mistero dell’apertura degli orecchi vi dicevamo: «Effatà, cioè: Apriti!» (Mc 7, 34), perché ciascuno di voi, che stava per accostarsi alla grazia, capisse su che cosa sarebbe stato interrogato e si ricordasse che cosa dovesse rispondere. Cristo, nel vangelo, come leggiamo, ha celebrato questo mistero quando ha curato il sordomuto.
Successivamente ti è stato spalancato il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricorda ciò che ti è stato domandato, rifletti su ciò che hai riposto. Hai rinunziato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alla sua dissolutezza e ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi. Presso il fonte tu hai visto il levita, hai visto il sacerdote, hai visto il sommo sacerdote. Non badare all’esterno della persona, ma al carisma del ministero sacro. E’ alla presenza di angeli che tu hai parlato, com’è scritto: Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti (cfr. Ml 2, 7). Non si può sbagliare, non si può negare. E’ un angelo colui che annunzia il regno di Cristo, colui che annunzia la vita eterna. Devi giudicarlo non dall’apparenza, ma dalla funzione. Rifletti a ciò che ti ha dato, pondera l’importanza del suo compito, riconosci che cosa egli fa.
Entrato dunque per vedere il tuo avversario, al quale si suppone che tu abbia rinunziato con la bocca, ti volgi verso l’oriente: perché chi rinunzia al diavolo si rivolge verso Cristo, lo guarda diritto in faccia.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Is 55, 10-11
La pioggia fa germogliare la terra.

Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 64
Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.

Così prepari la terra:
ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.

I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia!

Seconda Lettura
  Rm 8, 18-23
L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Canto al Vangelo
  Cf Mt 13,19.23
Alleluia, alleluia.

Il seme è la parola di Dio
e il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.
Alleluia.

   
Vangelo  Mt 13,1-23 (Forma breve Mt 13,1-9)

Il seminatore uscì a seminare.

Dal vangelo secondo Matteo
[ Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».  ]
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».