Santa Messa 16-9-18

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B

Il Messia sofferente

Sebbene Cristo si sia esplicitamente riferito una sola volta al tema del Servo sofferente  (Lc 22,27; cf Is 53,12), la tradizione primitiva non ha mancato di notare numerosi accostamenti. Fin dal Battesimo, la vocazione messianica del Signore appare come quella del «Servo-Figlio» (Mc 1,11; cf Is 52,13); le guarigioni operate da Gesù rivelano la sua funzione di Servo espiatore  (Mt 8,16;  cf Is 53,4); la sua umiltà è quella che si attribuisce al Servo (Mt 12, 18-21; cf Is 42,1-3); lo scacco stesso della sua predicazione ricorda quello di Geremia e del Servo (Gv 12,38; cf Is 53,1). Il tema del Servo sofferente è quindi quello che esplicita più  chiaramente la necessità per il Salvatore di passare attraverso la sofferenza e la morte per realizzare il suo disegno di salvezza.

Lo scandalo di un Messia «Servo sofferente»
Ora questa concezione del Messia come Servo sofferente è quanto di più  lontano e scandaloso si poteva proporre alla mentalità e alle aspettative degli Ebrei;  la reazione di Pietro è estremamente indicativa. Se per confessare la messianicità di Gesù è necessario l’ispirazione e la rivelazione del Padre (Mt 16,17), più difficile e faticoso è il cammino della fede che accetta lo «scandalo» della croce.  I discepoli, pur distaccandosi dagli altri ascoltatori di Gesù, non hanno accettato la «necessità» della croce. A questo compito di educazione e di purificazione della fede dei suoi discepoli, Gesù si dedicherà quasi esclusivamente nel seguito del  vangelo.
Vi è un modo di ragionare secondo Dio, e ve ne è uno secondo gli uomini. Il criterio per distinguerli è uno solo: la croce, sulla quale ogni giorno si deve morire un poco a se stessi. Per questo il rimprovero a Pietro è seguito da un invito ad andare dietro a Gesù, come «veri» discepoli. Il vero discepolo deve, anche lui, prendere la sua croce; bisogna infatti perdere la propria vita per ritrovarla. Affiora in questo punto una delle caratteristiche predominanti del Nuovo Testamento: il nesso tra l’indicativo (= Cristo è Messia sofferente) e l’imperativo ( = devi seguirlo sulla via della croce).
Il  credente non è colui che crede in Dio nonostante le sofferenze, ma piuttosto colui che segue Gesù sulla via della croce.

La follia della croce, messaggio di speranza
La croce di Cristo continua ancor oggi ad essere per molti «follia» e «scandalo».  Siamo disposti ad accettare Gesù, come il Cristo, come il Figlio di Dio, come l’inviato del Padre, ma il Cristo del Calvario ci rimane un mistero.  Eppure in tutto questo c’è una logica, anche se una logica dello Spirito e non della carne. Il Padre non ha avuto bisogno delle sofferenze di Gesù come punizione sostitutiva al nostro posto.  Dio aveva bisogno della sua vita come amore sostitutivo in nostro nome.  Ma chi vuole amare in questo mondo urta in una impossibilità di fatto.  Il grande mistero è che il regno di Dio ha proseguito il suo cammino anche quando gli uomini, compresi tutti noi, hanno ucciso il Figlio di Dio. Né Gesù, né il Padre ci hanno voltato le spalle.  Dal peccato più grande è scaturito il più grande amore.  Così siamo stati liberati con la morte di Gesù, sicché la morte e il fallimento non sono l’ultima parola, non sono un oscuro, fatale destino. Dio ha dimostrato di poter fare scaturire di lì la vita.  Ma tutto questo reca in sé anche un altro messaggio di speranza.
Dio che soffre con noi in un atto supremo di amore, ama il mondo! Egli non permette il  male tranquillamente, quasi crudelmente!  Il male non viene da lui, anzi, lui lo combatte.  Dio si presenta a noi come salvatore in una delle pene di morte più crudeli che l’umanità conosca: un palo verticale, una trave orizzontale; lì sopra, appeso, c’è un uomo che è Dio. Quella croce si protende in ogni direzione come un uomo dalle braccia tese, indica l’insondabile mistero di Dio, il centro del mistero.  Sulla croce Dio ha aperto il suo  cuore, ha rivelato il suo più profondo segreto: un Dio solidale con  tutti gli uomini.

Gesù solidale con la sofferenza umana
Il Cristo non è venuto a soffrire e a morire per dispensare gli uomini dal loro soffrire e dal loro morire, dalla fatica di crescere e di maturare.  Egli stesso vi si è sottoposto nella sua umanità.  È vissuto ed è morto solidale con loro, tutto accettando perché essi possano vivere, faticare e morire a imitazione di lui, in comunione con lui, fare della propria vita e della propria morte un dono ininterrotto di amore al Padre e ai fratelli.
Perché diventi nostra la sua ricchezza, Dio fa sua la nostra povertà; perché diventi nostra la sua forza, fa sua la nostra debolezza; perché diventi nostra la sua vita, fa sua  la  nostra  morte .

Pastori siamo, ma prima cristiani

Inizio del «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 46, 1-2; CCL 41, 529-530)

Ogni nostra speranza è posta in Cristo. E’ lui tutta la nostra salvezza e la vera gloria. E’ una verità, questa, ovvia e familiare a voi che vi trovate nel gregge di colui che porge ascolto alla voce di Israele e lo pasce. Ma poiché vi sono dei pastori che bramano sentirsi chiamare pastori, ma non vogliono compiere i doveri dei pastori, esaminiamo che cosa venga detto loro dal profeta. Voi ascoltatelo con attenzione, noi lo sentiremo con timore.
«Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori di Israele predici e riferisci ai pastori d’Israele» (Ez 34, 1-2). Abbiamo ascoltato or ora la lettura di questo brano, quindi abbiamo deciso di discorrerne un poco con voi. Dio stesso ci aiuterà a dire cose vere, anche se non diciamo cose nostre. Se dicessimo infatti cose nostre saremmo pastori che pascono se stessi, non il gregge; se invece diciamo cose che vengono da lui, egli stesso vi pascerà, servendosi di chiunque.
«Dice il Signore Dio: Guai ai pastori di Israele che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?» (Ez 34, 2), cioè i pastori non devono pascere se stessi, ma il gregge. Questo è il primo capo di accusa contro tali pastori: essi pascono se stessi e non il gregge. Chi sono coloro che pascono se stessi? Quelli di cui l’Apostolo dice: «Tutti infatti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2, 21).
Ora noi che il Signore, per bontà sua e non per nostro merito, ha posto in questo ufficio — di cui dobbiamo rendere conto, e che conto! — dobbiamo distinguere molto bene due cose: la prima cioè che siamo cristiani, la seconda che siamo posti a capo. Il fatto di essere cristiani riguarda noi stessi; l’essere posti a capo invece riguarda voi.
Per il fatto di essere cristiani dobbiamo badare alla nostra utilità, in quanto siamo messi a capo dobbiamo preoccuparci della vostra salvezza.
Forse molti semplici cristiani giungono a Dio percorrendo una via più facile della nostra e camminando tanto più speditamente, quanto minore è il peso di responsabilità che portano sulle spalle. Noi invece dovremo rendere conto a Dio prima di tutto della nostra vita, come cristiani, ma poi dovremo rispondere in modo particolare dell’esercizio del nostro ministero, come pastori.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Is 50, 5-9a
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori.

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me.
Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

Salmo Responsoriale
    Dal Salmo 114
Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

Amo il Signore, perché ascolta
il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l’orecchio
nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte,
ero preso nei lacci degli inferi,
ero preso da tristezza e angoscia.
Allora ho invocato il nome del Signore:
«Ti prego, liberami, Signore».

Pietoso e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge i piccoli:
ero misero ed egli mi ha salvato.

Sì, hai liberato la mia vita dalla morte,
i miei occhi dalle lacrime,
i miei piedi dalla caduta.
Io camminerò alla presenza del Signore
nella terra dei viventi.

Seconda Lettura
   Gc 2, 14-18
La fede se non è seguita dalle opere in se stessa è morta.

Dalla lettera di san Giacomo apostolo

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprov­visti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.

Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».


Canto al Vangelo
   Gal 6,14 
Alleluia, alleluia.
Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore,
per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso,
come io per il mondo.
Alleluia.

Vangelo   Mc 8, 27-35
Tu sei il Cristo…  Il Figlio dell’uomo dove molto soffrire.

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».