Messa quotidiana

Santa Messa 19-10-21

https://www.youtube.com/watch?v=Q1a8bZeRvzM

SAN PIETRO D’ALCANTARA

La forte e rigorosa personalità di Pietro d’Alcantara (1499-1562) si colloca in un periodo storico molto delicato e fecondo della Chiesa e dell’Ordine francescano. La Chiesa vive il clima della restaurazione più intensa e sincera della “riforma nel capo e nelle membra”, già auspicata dai vari concili del XV sec. (Costanza: 1414-1418; Basilea, Ferrara e Firenze: 1417-1431; Lateranense V: 1512-1517), e resa più urgente dal dilagare della Riforma protestante (1517-1628), con l’evento del concilio di Trento (1545-1563), che ha favorito la nascita e l’incremento di tanti nuovi movimenti religiosi. Anche l’Ordine francescano vive il delicato momento delle divisioni interne: i Conventuali (1517) e i Cappuccini (1525); e il proliferare delle tante riforme per un ritorno alla più stretta osservanza della Regola: i Recolletti, così chiamati dalle case di recollezione o di ritiro (1502); gli Scalzi (1517); i Riformati (1518). Eventi che sono espressione a un tempo di una profonda e sincera esigenza di riforma generale della vita cristiana e religiosa dalle fondamenta, con lo sguardo rivolto alle origini della fede, da un lato, e del francescanesimo, dall’altro, nonostante il cambiamento culturale dell’epoca.

VITA
In un paesino, ai confini del Portogallo, ad Alcantara della provincia di Càceres (Spagna), nel 1499, alla nobile famiglia dei Garavita nacque il primogenito, che, al fonte battesimale della parrocchia “Santa Maria”, gli fu dato il nome di Juan. I suoi genitori, Alfonso e Maria Villela, si distinguevano sia per pietà religiosa che per reputazione sociale. Il signor Alonso, che aveva studiato diritto ed esercitava l’ufficio di governatore del paese, morì quando Juan aveva otto anni; e la signora Maria, su consiglio dei parenti, passò a seconde nozze con il nobile Alfonso Barrantes, dal quale ebbe due figli.
Dopo la prima formazione scolastica nella sua città natale, nel 1513 fu inviato all’università di Salamanca per completare gli studi di filosofia e di diritto, al termine dei quali, nel 1515, maturò la decisione di voler entrare tra i francescani scalzi dell’Osservanza. E così entrò nel convento di Majarretes (Cáceres), dove vigeva non solo una rigorosa osservanza della regola di San Francesco d’Assisi, ma anche un ardente spirito di penitenza. Condizioni che ben presto Juan fece proprie. Nel ricevere l’abito francescano, per cominciare l’anno della prova del Noviziato, cambiò il nome in Fra’ Pietro.
Durante il periodo del Noviziato, certamente ha maturato la sua volontà a voler vivere una vita di austerità e di penitenza: pregando molto, mangiando poco e dormendo di meno. E tutto questo per un amore incondizionato a Cristo Gesù. Dopo la professione religiosa, cominciò gli studi teologici per la preparazione all’ordine sacerdotale. Prima ancora di terminare gli studi ecclesiastici, fu nominato guardiano del convento di Badajoz, ai confini con il Portogallo, non distante da Lisbona.
Al termine della formazione teologica, venne ordinato sacerdote nel 1524. La sua vita si distinse subito per austerità e mortificazioni: mangiava due o tre volte alla settimana e dormiva pochissimo e in modo abbastanza inconsueto, seduto su una pietra con la testa appoggiata a una trave. Ricoprì diversi incarichi interni, fino a all’ufficio di ministro Provinciale (1538-1544) della Provincia di San Gabriele, propagando la più severa osservanza della Regola. Quando nel 1540, presentò ai Frati, riuniti in Capitolo, le nuove “Costituzioni per i membri di più stretta osservanza”, trovò una tale opposizione, che dovette rinunciare sia alla sua idea che alla carica di ministro Provinciale, ritirandosi a vita semi-eremitica con un gruppo di confratelli nella zona tra le montagne di Arrabida, a 50 Km da Lisbona, e l’oceano atlantico, a sud della penisola Setubal, in Portogallo. Ben presto, però, altri frati lo seguirono e costituirono delle piccole comunità, di cui Pietro ne era il guardiano e il maestro dei novizi. Nel 1560, queste piccole ma numerose comunità furono elette a Provincia autonoma col nome di Santa Maria della Pietà.
Nel 1553, rientrato in Spagna, visse per un certo tempo in completa solitudine e austerità. Durante questa esperienza maturò l’idea di fare un pellegrinaggio a piedi nudi fino a Roma, per chiedere a papa Giulio III l’autorizzazione a fondare delle piccole comunità povere. Così nel 1554, si recò a Roma e sottopose la sua richiesta al Papa, che gli concesse l’autorizzazione di fondare una nuova congregazione di frati, mettendoli sotto la giurisdizione dei francescani Conventuali, dal momento che il ministro Generale dell’Osservanza era contrario all’iniziativa di Pietro.
Con il beneplacito del Pontefice, Pietro ritornò in Spagna e con i suoi più stretti collaboratori fondò diversi conventi. Queste piccole comunità povere ben presto si moltiplicarono tanto da costituirsi, nel 1561, in Provincia autonoma con il titolo di “San Giuseppe”. Incoraggiato dalla recente fondazione, Pietro redasse per la nuova Provincia delle Costituzioni che erano più severe e più rigorose di quelle che aveva stilato in precedenza nella provincia di San Gabriele, dove aveva trovato forte opposizione. La nuova riforma, che comportava anche il ritorno alla primitiva povertà iniziale, si diffuse con tanta rapidità nelle altre province di Spagna e Portogallo, che Pio IV, con la bolla In suprema militanti Ecclesiae (25 gennaio1563), affidò la nuova Provincia alla giurisdizione del ministro Generale degli Osservanti, insieme ad altre due Custodie, quella di San Giovanni Battista a Valencia e quella di San Simone in Galizia, consentendo ai Frati di essere chiamati con il nome di “Scalzi”.
La fama di santità del servo di Dio si diffuse sia in Portogallo che in Spagna, tanto che i rispettivi regnanti, il re Giovanni III gli offrì un posto nella sua corte, e anche l’imperatore Carlo V gli chiese di diventare suo direttore spirituale, ma Pietro rifiutò entrambe le proposte: egli si sentiva potentemente chiamato a una vita austera e di preghiera, povera e penitente.

Incontro con Teresa d’Avila
Nel 1560, Pietro, passando per Avila, ebbe la felice idea di visitare il convento dell’Incarnazione delle suore carmelitane. Nella bella città, si incontrò per la prima volta con Suor Teresa di Gesù, che in quel periodo viveva una profonda crisi spirituale di oscurità e di scrupoli, tanto che venne accusata, perfino, di essere vittima di possessione diabolica, e, per prudenza, le fu proibita la comunione e perfino lo stare in solitudine. L’incontro fu veramente provvidenziale. Suor Teresa confidò al Frate francescano il suo grave disagio spirituale che stava vivendo; e questi, che era esperto per esperienza diretta di quelle problematiche spirituali, comprese subito la situazione e anche lo stato d’animo della Suora, e la tranquillizzò, dandole anche dei consigli per il futuro. Tra i due nacque una santa amicizia. È la stessa suor Teresa a ricordarlo nella sua Autobiografia con queste parole: “Quasi subito vidi che mi capiva per esperienza, e ciò era proprio quello di cui io avevo bisogno. Questo sant’uomo mi illuminò… Quando lo conobbi era molto vecchio, e di così estrema magrezza che sembrava fatto di radici d’albero. Nonostante questa sua assoluta santità, era molto affabile, anche se di poche parole, tranne quando veniva interrogato; e allora diceva cose molto acute, perché era dotato di un ingegno assai perspicace… Era abitudine per lui mangiare una volta ogni tre giorni”.

La morte
Alla periferia del paese montuoso di Arenas, a circa 80 Km a sud di Avila, venne offerta a Pietro una chiesetta per una nuova casa religiosa. Il luogo era ideale: isolato dalla cittadina e immerso nel verde. Senza frapporre tempo, Pietro preparò tutto quanto era necessario per la fondazione: fece costruire delle piccole celle ed eremi per i frati. E così realizzò l’ultima sua fondazione, dove visse gli ultimi due anni della sua vita. Verso la metà del mese di ottobre del 1562, il suo corpo, indebolito dalle malattie e dalle penitenze, si aggravò maggiormente. E il giorno 18 si svegliò molto contento e iniziò a pregare con il salmo “Miserere”; e poi esclamò: “Quale gioia, quando mi dissero, andremo alla casa del Signore!”. E in quel momento chiese aiuto per mettersi in ginocchio e così morì.

SCRITTI
Tra gli scritti di Pietro d’Alcántara si ricordano: il Trattato della preghiera e devozione, pubblicato ancora vivente: è una breve esposizione di un metodo di preghiera, basato sulla meditazione dei misteri della Passione del Signore per ogni giorno della settimana, finalizzato alla conoscenza e unione con Dio; alcune redazioni di Costituzioni, scritte per le diverse fondazioni, una dozzina di “Lettere” a suor Teresa di Gesù, e alcuni appunti su vari argomenti religiosi. L’opera principale è certamente il Trattato della preghiera e devozione.

Metodo
Nel capitolo quinto, sono esposte le note per “procedere nella meditazione”: 1) “preparazione del cuore al pio esercizio”, che è “come accordare la chitarra prima di suonare”; 2) “lettura del passo da meditare quel giorno, secondo la ripartizione dei giorni della settimana”; 3) “meditazione” sulla lettura effettuata; 4) “devoto rendimento di grazie per i benefici ricevuti e offerta della propria vita e di quella di Cristo [al Padre]”; 5) “l’ultima parte è la petizione, che propriamente si chiama preghiera, nella quale si chiede tutto ciò che è necessario per la propria salvezza, per quella del prossimo e di tutta la Chiesa”.

Sintesi del Trattato
Del Trattato della preghiera e devozione si può offrire in sintesi uno schema generale per evidenziare il suo pensiero spirituale. Il Trattato è composto di due parti: la prima, suddivisa in 12 capitoli, tratta della “preghiera”; la seconda, in 5 capitoli, della “devozione”. Nel primo capitolo della prima parte, come introduzione all’intero lavoro presenta il significato e l’importanza della “preghiera” e della “devozione” con le testimonianze di Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio e Lorenzo Giustiniani. Nel secondo, invece, l’“oggetto” o “materia” della preghiera, suddivisa in due gruppi di meditazioni, per ogni giorno della settimana, uno per la mattina e l’altro per la notte; oppure, se non è possibile quello notturno, una meditazione per ogni giorno per due settimane. Gli argomenti del mattino o della prima settimana sono tratti dal Simbolo, mentre quelli della notte o della seconda settimana dalla passione di Cristo. Il secondo capitolo contiene le prime sette meditazioni della settimana, secondo i principali misteri della fede esposti nel Credo, che stimolano facilmente alla devozione, e inducono il cuore all’amore e timor di Dio e all’osservanza dei suoi comandamenti. Soprattutto all’inizio della conversione, è opportuno meditare sulle verità del Simbolo, per suscitare dolore e odio del peccato, timor di Dio e disprezzo del mondo, che sono i primi passi del cammino spirituale. Bisogna perseverare per qualche tempo in queste meditazioni per rafforzare maggiormente lo spirito nelle virtù e nei sentimenti cristiani.
Nel terzo capitolo, si espone l’oggetto delle sette meditazioni nei vari giorni della settimana, secondo “i principali misteri della fede che maggiormente stimolano l’amore e il timor di Dio e l’osservanza dei comandamenti. Sono molto opportune… all’inizio della conversione”. Il capitolo quarto, invece, ha come oggetto le “sette meditazioni della sacra passione, resurrezione e ascensione di Cristo, a cui si potranno aggiungere gli altri momenti principali della sua santissima vita”. Nel preambolo è ricordato che “nella passione di Cristo si devono meditare sei punti: la grandezza dei suoi dolori, per soffrire di essi; la gravità del nostro peccato, che ne è la causa, per aborrirlo; la grandezza del beneficio, per esserne grati; l’eccellenza della divina bontà e carità che lì si rivela, per amarla; l’utilità del mistero per meravigliarsene; la moltitudine delle virtù di Cristo che vi risplendono per imitarle”. Difatti, lo scopo della meditazione della passione è l’imitazione di Cristo secondo l’adagio paolino: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
Ecco gli episodi divisi per ogni giorno della settimana: lunedì si medita “la lavanda dei piedi e l’istituzione del santissimo sacramento”; martedì si pensa “all’orazione nell’orto e alla passione del Salvatore e all’entrata e al confronto nella casa di Anna”; mercoledì, “alla presentazione del Signore davanti al sommo sacerdote Caifa, alle tribolazioni di quella notte, al rinnegamento di Pietro e alle percosse presso la colonna”; giovedì si medita “l’incoronazione di spine, l’Ecce homo e come il Salvatore portò la croce sulle spalle”; la meditazione sembra guidata dalla “sposa del Cantico dei Cantici che invita: ‘Venite, figlie di Sion e guardate il re Salomone con la corona che gli dette sua madre nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore‘” (Ct 3, 11), e presenta delle belle riflessioni sulla Madonna; venerdì “si devono meditare il mistero della croce e le sette frasi che il Signore pronunciò”; sabato “si deve meditare sul colpo di lancia che fu dato al Salvatore e alla deposizione dalla croce, col pianto della nostra Signora e il rito della sepoltura”; domenica “potrai pensare alla discesa del Signore al limbo, alla sua apparizione alla Madonna, alla santa Maddalena e ai suoi discepoli e, infine, al mistero della sua gloriosa ascensione”.
Il capitolo quinto parla delle parti di cui è composta la pratica della preghiera, già esposta sopra nel metodo. Il capitolo sesto parla della preparazione alla preghiera: “Inginocchiato o in piedi o con le braccia in croce o prostrato o seduto, fatto il segno di croce e invocato lo Spirito, raccoglierai la tua immaginazione, allontanandola da tutte le cose di questa vita, eleverai il tuo intelletto, pensando che nostro Signore ti sta guardando”. Il capitolo settimo indica il modo di leggere: “la lettura non deve essere né rapida né frettolosa, ma attenta e ben ponderata e a cui si deve applicare non solo l’intelletto per capire ciò che si legge, ma molto di più la volontà per gustare ciò che si capisce. Quando si trova qualche passaggio devoto, ci si soffermi di più per meglio approfondirlo; la lettura non sia troppo lunga, perché si deve dare più tempo alla meditazione che è tanto più vantaggiosa quanto più riflette e penetra più lentamente e con maggiore partecipazione”.
Al capitolo ottavo è dedicato il modo di “meditare il passo che si è letto.   A volte la meditazione è di pensieri che si possono raffigurare con l’immaginazione, come i momenti della vita e passione di Cristo, il giudizio finale, l’inferno, il paradiso; altre volte è meditazione di pensieri che interessano più l’intelletto che l’immaginazione, come ad esempio la riflessione sui doni di Dio, sulla sua bontà e misericordia o qualunque altra qualità si riferisca alle sue perfezioni. Nel capitolo nono si eleva “il rendimento di grazie al Signore per il dono che nella meditazione ci ha fatto”; mentre il capitolo decimo presenta al Padre “l’offerta di sé e quella di suo Figlio; e nel capitolo undicesimo si chiede “la ricompensa con slancio di carità, preoccupati della gloria di nostro Signore che tutte le genti del mondo lo conoscano, lo lodino e lo adorino come il loro unico, vero Dio e Signore”; nell’ultimo capitolo, infine, si presentano otto avvertenze o consigli da tener presente nell’esercizio della preghiera.

Nella seconda parte del Trattato, viene sviluppato il tema della “devozione”, come frutto maturo e delizioso del lungo cammino fatto con la meditazione e la preghiera. Il capitolo primo definisce la “devozione”, come quella “virtù che rende l’uomo sollecito e pronto a tutte le altre virtù e che ridesta e sollecita al bene operare” (Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-II, q. 82, art. 2). E in considerazione che “gli ostacoli per il conseguimento della felicità umana sono principalmente la naturale inclinazione al male del cuore e la difficoltà e la pesantezza a compiere il bene, propone la virtù della devozione come il più adeguato rimedio”. Simpatica è l’analogia: come “il vento di tramontana disperde le nubi e lascia il cielo sereno e sgombro, così la vera devozione spazza dalla nostra anima ogni lentezza e difficoltà e la lascia idonea e sgombra per ogni bene”.
Nel secondo capitolo elenca i nove esercizi che aiutano a consolidare la devozione: ferma volontà di raggiungere il fine della beatitudine; liberare il cuore da ogni desiderio ozioso e nocivo, per essere sereno e docile; fare silenzio intorno a sé e dentro di sé; favorire la solitudine, per evitare distrazioni esterne e facilitare l’incontro con Dio e con sé stesso; letture edificanti; colloquio continuo con Dio, che facilita a pregare; continuità e perseveranza negli esercizi e nel tempo; praticare una dovuta mortificazione del proprio corpo; praticare le opere di misericordia che educano il cuore alla docilità.
Il capitolo terzo elenca, invece, i dieci ostacoli che impediscono la devozione: il peccato che affievoliscono il fervore; rimorso eccessivo dei propri peccati, che favorisce l’orgoglio e la superbia; ogni tristezza disordinata del cuore che impedisce alla gioia e alla dolcezza di albergare nel cuore; eccessive preoccupazioni che rendono inquieto il cuore e lo distraggono; eccessive occupazioni che riempiono il tempo e affogano lo spirito, senza lasciare spazio per Dio; piaceri e diletti dei sensi smodati; il mangiare troppo e lo stare troppo tempo a tavola non favoriscono le attività spirituali; il vizio della curiosità su tutto, perché porta via del tempo utile allo spirito; incostanza nella pratica degli esercizi.
Nel quarto capitolo si enumerano le nove tentazioni più comuni contro la devozione, e i rispettivi rimedi: mancanza della consolazione spirituale; turbamento dei pensieri importuni; tentazione di bestemmiare; tentazioni contro la fede; ostacolati da grandi rimorsi; dormire molto; tentazioni della sfiducia e della presunzione; tentazione del desiderio smodato di sapere e di studiare; tentazione dello zelo eccessivo di recar vantaggio agli altri.
L’ultimo capitolo presenta otto “avvertenze” circa la preghiera: il fine della preghiera è amare Dio e cercarlo; non desiderare visioni o rivelazioni; non rivelare i favori che il Signore concede, eccetto il direttore spirituale; riverirsi a Dio sempre con grande umiltà e con il massimo rispetto; avere sempre tempo disponibile per dedicarsi a Dio; avere sempre tanta prudenza in tutte le pratiche devote verso il Signore, evitando ogni eccesso; impegnarsi nell’esercizio di tutte le virtù, “perché come nella chitarra una sola corda non fa armonia se non suonano tutte”; tutti questi consigli vanno “presi come preparazione per accostarsi alla grazia divina”, e per abbandonarsi totalmente a Dio. Tutti i consigli dati vanno presi “non come frutto di tecnica, bensì di grazia, perché in questo modo ci si renderà conto che il primo strumento che è necessario è una profonda umiltà, e se ne ringrazia…Dio”.

Culto
La notizia della sua morte si diffuse immediatamente per tutta la zona e accorsero i vicini di Arenas e di altri paesi per congedarsi dal sant’uomo. Il suo sepolcro si convertì, fin dall’inizio, in luogo di pellegrinaggio. Papa Gregorio XV lo beatificò il 18 aprile 1622; mentre Clemente IX il 28 aprile 1669, lo scrisse nel numero dei Santi.  In seguito alla sua canonizzazione i frati minori “Scalzi” presero il nome di “Alcantarini”.
Spesso, l’iconografia lo rappresenta insieme a san Pasquale Baylon (1540-1592), ai piedi della Madonna del Pozzo di Capurso (BA), perché nella metà del Settecento i frati Alcantarini presenti nel sud Italia, nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie, erano impegnati alla diffusione di tale culto. Abbinando i due maggiori Santi dell’ordine alla Vergine del Pozzo, gli Alcantarini diffondevano il culto in ogni posto dove erano presenti. Così anche nella vicina Castellana Grotte, nel settecentesco convento degli Alcantarini, “Madonna della Vetrana”, ci sono due bellissime statue lignee raffiguranti San Pietro d’Alcantara e di san Pasquale Baylon, collocate sui monumentali altari, uno di fronte all’altro, nei due imponenti cappelloni, di stile barocco, sotto la cupola.
Dal 1826 è patrono del Brasile e dal 1962, in occasione del quarto centenario della sua morte, anche della regione nativa dell’Estremadura (Spagna).
È invocato contro le febbri maligne e come protettore delle guardie notturne.
Con la riforma del nuovo calendario del 1969 di Paolo VI, il suo culto, come tanti altri santi, è stato limitato ai calendari interni delle famiglie religiose.


Autore:
P. Giovanni Lauriola ofm


Note:
La sua memoria liturgica si celebra il 18 ottobre. Mentre la Famiglia Francescana lo festeggia il 19 ottobre.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Rm 5, 12. 15b. 17-19. 20b-21
Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 39
Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.


Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo.

Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Esultino e gioiscano in te
quelli che ti cercano;
dicano sempre: «Il Signore è grande!»
quelli che amano la tua salvezza.

Canto al Vangelo  Lc 21,36 
Alleluia, alleluia.

Vegliate in ogni momento pregando,
perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo
Alleluia.

Vangelo   Lc 12, 35-38
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».