Santa Messa 26-10-19

Maria, Regina del Rosario aiutaci a custodire  la purezza e la carità

BEATO BONAVENTURA DA POTENZA

Antonio Carlo Gerardo Lavanca nacque a Potenza il 4 gennaio 1651, da Lelio Lavanga e Caterina Pica; fu battezzato lo stesso giorno della nascita. In giovanissima età ebbe occasione di conoscere i Frati Minori Conventuali e sentì la chiamata di Dio ad assumere il loro stile di vita, povero per scelta, improntato all’ubbidienza ai superiori e all’abnegazione.
A quindici anni, dunque, iniziò il noviziato nel convento di Nocera Inferiore, cambiando nome in fra’ Bonaventura da Potenza. Fu poi inviato ad Aversa e a Maddaloni per approfondire gli studi in vista del sacerdozio. Lì, però, l’ambiente era dissimile da quello iniziale potentino, che l’aveva affascinato nella sua spontanea povertà.
A causa del disagio interiore che provava, fu trasferito prima a Lapio in Irpinia, poi ad Amalfi. In quest’ultimo convento incontrò un suo conterraneo, padre Domenico Girardelli da Muro Lucano, il quale divenne la sua guida spirituale. Così imparò a moderare il suo spirito: da ribelle e scalpitante, divenne ubbidiente ed esecutore entusiasta di ogni parola di Dio attraverso i suoi vicari, ossia i superiori.
Nel convento amalfitano cominciarono a verificarsi episodi quasi miracolosi che testimoniavano la completa fiducia in chi gli comandava qualcosa, anche la più assurda. Tale semplicità d’animo gli meritò la gioia di diventare sacerdote, nel 1675.
Rimase ad Amalfi otto anni, vivendo in una simbiosi stupenda e spirituale con l’ormai vecchio frate Domenico Girardelli. Quando fu destinato a Napoli, si lasciarono in lacrime, con il presentimento di non rivedersi più.
Da Napoli passò a Ischia, quindi a Sorrento. In tutte queste destinazioni, si distinse come un esempio vivente della povertà francescana più stretta, edificando i confratelli con la sua vita dedita tutta all’ubbidienza. Era infatti solito dire: «Signore, sono un servo inutile nelle tue mani».
Fu in seguito incaricato di formare i nuovi frati nel Noviziato di Nocera Inferiore, dove fu maestro di un rigore di vita aspro e impegnativo, con una stima profonda della povertà, auspicando un ritorno alle origini del francescanesimo.
Spesso padre Bonaventura comunicava in anticipo alle persone che conosceva, anche vescovi, nobili e confratelli, fatti che poi puntualmente si avveravano. Ad esempio, mentre era in viaggio per raggiungere Potenza, dove sua sorella era in fin di vita, vide l’anima di lei volare al cielo, così da poter tornare indietro.
Ancora, come san Francesco, abbracciò un lebbroso: questi guarì all’istante. A Ischia rimase nove anni, disseminando il suo cammino di ulteriori prodigi. Quando dovette imbarcarsi per una nuova destinazione, il popolo ischitano si raccolse tutto sulla spiaggia a salutarlo.
Nel convento di Sant’Antonio a Porta Medina, a Napoli, fu visto elevarsi da terra mentre pregava. Non aveva il dottorato in Teologia, ma la sua predicazione era così profonda da lasciare interdetti i suoi dotti confratelli di San Lorenzo Maggiore, la principale comunità francescana conventuale della città.
La peste a Napoli, scoppiata nel XVII secolo, lo vide in primo piano nell’assistenza personale degli appestati. Lui stesso si ammalò, ma per altre ragioni: una gamba gli andò in cancrena e, per questo, dovette subire un’operazione chirurgica.
All’inizio del 1710, ormai vecchio e malato, fu destinato al convento di Ravello. Dato che non poteva scendere fra gli abitanti, erano loro che a frotte salivano al convento per ricevere conforto, attratti dagli innumerevoli prodigi che operava. Padre Bonaventura morì nel convento di San Francesco a Ravello il 26 ottobre del 1711, fra il pianto popolare e con il suono delle campane sciolte in un concerto di gloria.
Fu dichiarato Beato da papa Pio VI il 26 novembre 1775. La sua memoria liturgica, per l’Ordine dei Frati Minori Conventuali e la diocesi di Amalfi-Cava dei Tirreni, sotto cui cade Ravello dal 1818, ricorre il 26 ottobre, giorno della sua nascita al Cielo. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa di San Francesco a Ravello, esposti in un’urna sotto l’altare maggiore.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

LITURGIA DELLA PAROLA
  
Prima Lettura  Rm 8, 1-11
Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte.
Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.
Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 23
Noi cerchiamo il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene,
il mondo con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.  

Canto al Vangelo
Ez 33,11
Alleluia, alleluia.

Io non godo della morte del malvagio, dice il Signore,
ma che si converta dalla sua malvagità e viva.
Alleluia.

VangeloLc 13, 1-9
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».