Santa Messa 3-2-19

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anno C

Geremia è chiamato da Dio ad essere profeta delle nazioni (prima lettura); Gesù si presenta come il profeta che compie la sua missione nel modo voluto da Dio (vangelo); la Chiesa è una comunità di profeti. Ma che cosa vuol dire essere profeta?

Il profeta: un essere-contro per amore
Il profeta è la coscienza critica del popolo, una coscienza critica non tanto in nome della ragione, quanto in nome della parola di Dio. Il profeta perciò è un «essere-contro» (prima lettura); egli smaschera, ovunque si trovino, le subdole complicità del male: denuncia i vizi del popolo, la falsità del culto, gli abusi di potere, ogni forma di idolatria, di ingiustizia, di «catturazione» di Dio.
La denuncia profetica è «giudizio di Dio» sulle vicende umane e insieme comunicazione del suo santo volere. E’ sempre perciò un invito alla conversione del cuore, personale e collettiva. E opera di un amore appassionato per gli uomini e per Dio.
Il profeta è il difensore degli oppressi, dei deboli, degli emarginati; sempre dalla loro parte; è la loro voce; è la voce di chi non ha voce; è chiamato ad essere responsabile di Dio di fronte agli uomini e responsabile degli uomini di fronte a Dio.
Il profeta è l’uomo della speranza. La denuncia del male non lo inacidisce; egli guarda avanti con fiducia. Nei momenti più duri della storia del popolo eletto (deportazioni, esilio, sofferenze) le parole del profeta sono parole di consolazione e di fiducia. Denunciata l’infedeltà del popolo, il profeta annuncia la fedeltà di Dio, su cui si fonda solidamente la speranza.
Il  profeta è l’uomo della «alleanza». E un uomo che ha visto Dio: non certo Dio in se stesso. Dio resta sempre al di là, è sempre un Dio «nascosto». Il profeta vede ciò che Dio fa, vede il suo piano di amore, fa una lettura divina degli eventi umani.

Cristo profeta, e più che profeta
Gli Ebrei vivevano apparentemente una storia profana simile in tutto alla storia degli altri popoli. Il profeta invece legge la storia come un dialogo drammatico tra Dio e l’uomo, e così la trasforma in una storia «sacra».
Il profeta legge sempre il presente con uno sguardo retrospettivo (alleanza del Sinai) e uno sguardo prospettico (nuova alleanza). Perennemente insoddisfatto del presente, egli fa camminare la storia e la spinge verso il compimento: l’alleanza, la comunione d’amore dell’umanità con Dio.
Ma quando il compimento giunge, si realizza in modo del tutto inatteso: l’alleanza è Gesù di Nazaret, Uomo-Dio. Una unione dell’uomo con Dio più perfetta è impossibile. Egli non solo parla a nome di Dio ma è Dio che parla in lui. E’ rivelazione perfetta. In lui coincidono la profezia e l’oggetto della profezia. Per questo Gesù è profeta, e insieme più che profeta (vangelo).

La Chiesa popolo di profeti
Come Corpo di Cristo, la Chiesa partecipa al carisma profetico del suo Capo. Essa ha l’autorità di leggere gli eventi nella fede, in rapporto a quanto e stato compiuto una volta per sempre in Gesù Cristo, e a quanto deve essere ancora compiuto perché il Corpo raggiunga la sua statura adulta. Negli eventi essa scopre il terreno privilegiato in cui il Dio di Gesù Cristo non cessa di chiamare l’uomo all’incontro con lui, in vista della costruzione del Regno. La Chiesa è comunità profetica in concreto, in quanto è comunità di amore gratuito ed universale (come Paolo prospetta nella seconda lettura). E’ una novità assoluta ed inaudita. E’ una denuncia concreta fatta con la vita e non con le parole per una società che si costruisce sull’egoismo, sull’arrivismo, sul profitto, sulla negazione pratica di Dio. Ma è insieme una profezia concreta di ciò a cui nel profondo «aspira» ogni uomo e ogni comunità umana. Per questo dice che la speranza della comunione non è un’illusione. Ma come a Geremia e a Cristo l’essere-contro per amore fruttò sofferenze, persecuzione e morte, tale è anche la sorte della Chiesa se è, secondo la sua vocazione, una comunità profetica. Non c’è profezia senza sofferenza.
«Quando Gesù annunzia il Regno, mette di fronte a una scelta che sconvolge la nostra esistenza. Quelli che lo seguono devono buttare via la propria vita, per guadagnare tutto… Ogni logica umana viene così capovolta. Il Regno non sta nel dominio e nella forza, ma nel lasciarsi coinvolgere nella parola e nella vicenda di Gesù di Nazaret: vivere come lui, obbediente senza alcuna riserva alla volontà di Dio, e uomo per gli altri. Prende la croce chi assume fino in fondo il peso gravoso delle situazioni reali della vita: non cerca motivi per scaricare sugli altri le proprie responsabilità, ma si impegna per il servizio di Dio e per il bene degli altri fino al dono supremo di sé».


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Ger 1,4-5.17-19
Ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Dal libro del profeta Geremia

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni.
Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,
àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti di fronte a loro,
altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te
come una città fortificata,
una colonna di ferro
e un muro di bronzo
contro tutto il paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 70
La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.

Sii tu la mia roccia,
una dimora sempre accessibile;
hai deciso di darmi salvezza:
davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!
Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.

Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.

La mia bocca racconterà la tua giustizia,
ogni giorno la tua salvezza.
Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito
e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Seconda Lettura    1 Cor 12,31-13,13 forma breve  13, 4-13
Rimangono la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di tutte è la carità.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
[ La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! ]

Canto al Vangelo 
Lc 4,18
Alleluia, alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.
Alleluia.

Vangelo   Lc 4,21-30
Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.