Santa Messa 4-2-20

Gesù, donaci la forza di sperare contro ogni speranza.

San Giuseppe (Desideri) da Leonessa

Leonessa, Rieti, 8 gennaio 1556 – Amatrice, 4 febbraio 1612

In Leonessa (Rieti) ebbe i natali l’8 gennaio 1556 Eufranio Desideri da Giovanni e Francesca Paolini, di famiglia ricca e appartenente alla nobiltà del paese. Il fanciullo perdette, a poca distanza l’uno dall’altro, i genitori e fu accolto dallo zio paterno, Battista, “maestro di umanità” a Viterbo, sotto la cui guida si poté formare un’educazione religiosa e una notevole cultura. Ornato di eccellenti doti, non gli mancarono le prospettive di un ambito matrimonio, ma egli dimostrò di avere altre aspirazioni e costantemente rifiutò le proposte caldeggiate dai parenti. Colpito da grave malattia, fu consigliato di ritornare al paese natale dove cominciò a frequentare il convento dei Cappuccini e, in occasione di una visita del provinciale dell’Umbria, chiese di essere accolto in religione. Fece il suo noviziato alle Carcerelle di Assisi, vestendo l’abito nel gennaio 1572 e mutando il nome di Eufranio in quello di G. I famigliari cercarono invano di strapparlo al convento, adducendo la necessità di assistenza che avevano le quattro sorelle, ma Giuseppe ai richiami del sangue, preferì la voce di Dio e, trascorso nel fervore l’anno di prova, fu avviato allo studio della filosofia e della teologia. Cominciò inoltre a distinguersi in modo particolare per lo spirito di penitenza.
Ordinato sacerdote e nominato predicatore, subito si dedicò con entusiasmo a tale ministero, accarezzando in cuor suo il desiderio di andare nelle missioni tra gli infedeli. Proprio in quegli anni, infatti, si profilava una possibile evangelizzazione dei musulmani: due cappuccini erano riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal 1551, seguiti, nel 1583, da alcuni gesuiti. Nel 1587, al capitolo generale dell’Ordine fu trattato il problema delle missioni e il nuovo ministro generale, Girolamo da Polizzi, decise una spedizione per Costantinopoli, che la S. Sede voleva affidata ai Cappuccini. Giuseppe che aveva presentato da anni la domanda non era tra i prescelti; se non che, poté improvvisamente entrare a far parte del gruppo, dovendo sostituire Egidio di S. Maria, che all’ultimo momento non era più in grado di partire. A Costantinopoli i missionari trovarono alloggio nel quartiere di Pera, ripararono una cadente chiesa e, prima di tutto, cominciarono a svolgere il loro ministero tra gli occidentali colà residenti. A Giuseppe fu affidata, in modo particolare, la cura dei numerosi cristiani tenuti prigionieri dai Turchi e ad essi egli dedicò tutto se stesso. Spinto però dal suo fervore egli avrebbe voluto affrontare direttamente gli infedeli e, con un’audacia a noi oggi incomprensibile, ma spiegabile per quei tempi, con vari stratagemmi cercò di penetrare nel palazzo stesso del sultano Murad III per parlargli. In uno di questi tentativi fu arrestato, imprigionato e condannato alla pena del gancio. Per tre giorni rimase sospeso, con un uncino alla mano destra e uno al piede, ad una trave alta su di un fuoco acceso sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Indi venne liberato e espulso.
Rientrato in Italia, riprese con rinnovato fervore il ministero della predicazione, accompagnandolo con costanti ed eroici esercizi di penitenza. Si nutriva con pochi legumi, o un po’ di pane macerato nell’acqua; dormiva su due sassi e un sacco di paglia, e continuava nella sua attività instancabile, arrivando a tenere anche otto prediche la giorno in luoghi diversi e distanti.
Alla sua predicazione diede un carattere popolare, favorendo la pacificazione degli animi e il sollievo dei poveri, istituendo Monti di Pietà e Monti Frumentari, erigendo e riparando ospedali. Dagli Atti del processo di beatificazione risulta che Iddio lo favorì del dono dei miracoli, della scrutazione dei cuori, e di particolari grazie di orazione. Nella comunità ebbe l’ufficio di superiore locale e di segretario provinciale.
Dio, che gli aveva risparmiato il martirio, gli riservò per purificazione una grave malattia che richiese un dolorosissimo quanto inefficace intervento. Trasferito nel convento di Amatrice, dove era superiore un suo nipote, Giuseppe si preparò serenamente alla morte che sopraggiunse, accompagnata da miracoli, il 4 febbraio 1612; aveva cinquantasette anni. Il suo venerato corpo, per volontà dei maggiorenti della città, fu sottoposto ad uno speciale intervento di conservazione e venne inumato nella chiesa conventuale di Amatrice, da dove, nel 1639, fu trasferito alla sua città natale, dove tuttora si venera.
Fu beatificato da Clemente XII nel 1737 e canonizzato da Benedetto XIV il 29 giugno 1746; la festa liturgica è celebrata dal suo Ordine il 4 febbraio. Si conservano di lui lettere e prediche di cui alcune edite. Iconograficamente, è rappresentato sospeso sul patibolo o nell’atto di predicare.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  2 Sam 18,9-10.14.24-25a.30 – 19,4
Figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te!

Dal secondo libro di Samuèle
In quei giorni, Assalonne s’imbatté nei servi di Davide. Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. Un uomo lo vide e venne a riferire a Ioab: «Ho visto Assalonne appeso a una quercia». Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto».
Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: «Se è solo, ha in bocca una bella notizia».
Il re gli disse: «Mettiti là, da parte». Quegli si mise da parte e aspettò. Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!».
Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».
 

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 85
Signore, tendi l’orecchio, rispondimi.

Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e misero.
Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te confida.

Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.
Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te, Signore, rivolgo l’anima mia.

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche

Canto al Vangelo  Mt 8,17 
Alleluia, alleluia.

Cristo ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle nostre malattie
.
Alleluia.

Vangelo   Mc 5, 21-43
Fanciulla, io ti dico: Alzati!

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.