Santa Messa 8-8-19

Spirito Santo scendi su di noi e guidaci nella via della verità

SAN DOMENICO (m) 

Sacerdote
Fondatore dell’Ordine dei Predicatori
(1170?-1221)

«Era di media statura ed esile di corpo; aveva un bel viso e la carnagione rosea; i capelli e la barba tendevano al rosso; gli occhi erano belli. Dalla sua fronte e di tra le ciglia, irradiava come uno splendore che a tutti ispirava rispetto e simpatia. Rimaneva sempre sereno e sorridente, tranne quando era addolorato per qualche angustia del prossimo. Aveva lunghe e belle mani e una voce forte e armoniosa. Non fu mai calvo, ma aveva la corona della rasura tutta intera, cosparsa di qualche capello bianco».
A presentarlo così in tutto il suo fascino umano e soprannaturale è la beata Cecilia Cesarini, che da san Domenico di Guzman nel 1220 aveva ricevuto il santo abito religioso. Il medesimo fascino verso di lui lo sentirono quelli che lo conobbero di persona o soltanto ne sentirono raccontare, così da mettersi alla sua sequela, per vivere più intensamente sulle sue orme, la sequela Christi.

“Innamorato di Cristo”
Era nato, Domenico di Guzman, a Caleruega nella vecchia Castiglia, da Felice di Guzman e da Giovanna d’Aza, nel 1171. Ancora fanciullo, era stato affidato allo zio Prete perché venisse introdotto nei primi elementi del sapere e alle Verità della Fede. Fin dalla sua giovanissima età – dicono i biografi – ardeva di uno sconfinato amore a Gesù. A 15 anni, passò a Palencia per frequentare le scuole – le arti liberali e la Teologia – nella città.
Al termine degli studi, fu ordinato Sacerdote ed entrò (1196-1197) nel Capitolo dei Canonici di Osma, per invito dello stesso Priore, Diego di Azevedo. Vita di studio e di preghiera, di raccoglimento e di celestiale purezza distinsero Domenico nei primi anni di Sacerdozio (e poi per sempre). Dante Alighieri che sentì, quasi cento anni dopo, il fascino di lui, pensando a questo periodo di silenzio, già scrisse: «Domenico fu detto; e io ne parlo / sì come de l’agricola che Cristo / elesse all’orto suo per aiutarlo» (Paradiso XII, 70-72).
Dio lo preparava a una grande missione. Quando nel 1201 Diego diventò Vescovo di Osma e subito dovette partire per un incarico in Danimarca, si scelse come compagno di viaggio lo stesso Domenico: nei dintorni di Tolosa, i due viaggiatori scoprirono il dilagare dell’eresia catara: dal nome della città di Alby, dove si erano insediati, gli eretici saranno in seguito chiamati “albigesi”.
Era, la loro, una collezione di gravissimi errori, radicati nella negazione dell’Incarnazione del Figlio di Dio, nel rifiuto fondamentale di Gesù, come Uomo-Dio. Domenico una notte discusse a lungo con l’oste che lo ospitava, un cataro, e lo convertì alla Chiesa Cattolica. Comprende che il bisogno di Verità in quella terra e nel suo tempo era grandissimo: decise con il Vescovo Diego di darsi alla loro conversione. Anche le popolazioni nordiche d’Europa (“i cumani”) ancora pagane lo spingevano a farsi missionario.
Scesi entrambi a Roma, nel 1206, Papa Innocenzo III orientò Domenico a dedicarsi alla conversione degli albigesi. Rimasto presto solo per la morte di Diego, Domenico non si ritirò di fronte all’impresa immane di affrontare degli avversari implacabili e agguerriti. Dante ne scriverà: «In picciol tempo, gran dottor si feo… / Poi con dottrina e con volere insieme, / con l’officio apostolico si mosse, / quasi torrente ch’alta vena preme» (Paradiso XII, 85, 97-99). In una parola, il “vir canonicus” che era stato fino ad allora, nell’osservanza di una regola di preghiera, si fece vir totus apostolicus. Uomo di apostolato, di predicazione, mai lasciando però la preghiera e la contemplazione, in una mirabile sintesi di vita e di azione.
Stabilitosi a Fanjeaux, in un’umile casetta (che c’è ancora), vivendo pressoché solo per circa dieci anni, dal 1206 al 1215, con pubblici dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, soprattutto con l’autorevolezza di una vita intensamente conforme a Gesù solo, l’unico sconfinato Amore della sua esistenza, con la forza della devozione alla Madonna, Domenico portò a compimento un’opera straordinaria, che si impone agli avversari: “Incendiario di amore a Cristo” – come lo definirà Georges Bernanos – conquistatore di amore a Lui per amor suo.

Il Fondatore
A cominciare dal 1215, a Domenico si unirono alcuni amici, presi dallo stesso suo ideale: contemplare Gesù-Verità, trasmettere agli altri Gesù-Verità. Il suo stile di vita è splendido, come narrano i testimoni: «Domenico si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno, nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte, nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e nel pregare. Era assai parco di parole e, se apriva bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio nella predicazione. Questa era la sua norma che seguiva e raccomandava agli altri».
Ecco, Domenico di Guzman parlava o con Gesù o di Gesù. Meraviglioso. Era la vita secondo “la sapienza della croce”, per “Gesù Cristo e Lui crocifisso” (1Cor 2,1-8). Con i suoi amici, che ne condividevano l’ideale, nacque così uno dei più grandi Ordini della Chiesa, l’Ordine dei Predicatori – i Domenicani – che Papa Onorio III il 22 dicembre 1216 approvò in modo definitivo e lanciò nel mondo a conquistare i fratelli a Cristo, tramite lo studio, la contemplazione e la predicazione di Gesù Verità: «Contemplari. Contemplata aliis tradere».
Scriverà Padre Lacordaire (1802-1861): «Si rispose a Domenico come si era risposto a Pierre l’Ermite: si divenne Frati predicatori come prima si era divenuti crociati. Le università d’Europa andarono a gara nell’offrire a Domenico i loro docenti che prima della bolla di Onorio III non disponeva che di 16 collaboratori, fondò 60 conventi popolati di uomini scelti e di una schiera entusiasta di giovani. Amavano Dio, lo amavano veramente. Amavano il prossimo più di se stessi. Erano anime appassionate».
Rapidamente Domenico disseminò i suoi “figli” in Europa avviandoli a occupare i centri universitari, come Bologna e Parigi. Viaggiando senza posa, da Tolosa a Roma, da Bologna a Parigi (anche la piccola Asti, la mia città, ebbe il Convento domenicano fondato personalmente da lui!) per diffondere e consolidare la sua opera, in appena 5 anni, riempì l’Europa dei suoi “bianchi” Frati, i predicatori della Verità, che la gente del popolo chiamava “i Frati di Maria”, per la loro devozione straordinaria alla Madonna. I loro nomi illustri partono da lui e giungono sino a noi, da san Tommaso d’Aquino a Savonarola, da san Pio V a Garrigou-Lagrange.
Il 6 agosto 1221, Domenico di Guzman va all’incontro con Dio promettendo ai suoi Frati (cf. Responsorio “O spem miram”) che sarebbe stato più utile loro in Cielo che sulla terra. Appena 13 anni dopo, nel 1234, Papa Gregorio IX, che l’aveva conosciuto di persona, lo iscrisse tra i Santi. L’elogio più alto di lui venne da Dio Padre stesso a santa Caterina da Siena, la sua più illustre “figlia”: «San Domenico è l’immagine viva del mio Verbo Incarnato, Gesù… Io ho generato questi due figli, uno, Gesù, per natura; l’altro, Domenico, per amore. Per dono mio speciale, furono in Domenico somiglianti a quelle di Gesù le fattezze naturali del volto e della persona».
Davvero l’irresistibile fascino che lungo i secoli ha fatto dire a diversi giovani, messisi alla sua scuola, come Maestro Tommaso d’Aquino: «Io sono degli agni della santa greggia / che Domenico mena per cammino, / u’ ben s’impingua, se non si vaneggia» (Paradiso X, 94-96). Proprio così, alla scuola di san Domenico ci si fa grandi Santi, a patto che non si vaneggi.

Autore: Paolo Risso

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Nm 20, 1-13
Ne uscì acqua in abbondanza.

Dal libro dei Numeri
In quei giorni, tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin il primo mese, e il popolo si fermò a Kades. Qui morì e fu sepolta Maria.
Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto l’assemblea del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatto uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni, e non c’è acqua da bere».
Allora Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro. Il Signore parlò a Mosè dicendo: «Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame».
Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne radunarono l’assemblea davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?». Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e il bestiame.
Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete creduto in me, in modo che manifestassi la mia santità agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete quest’assemblea nella terra che io le do».
Queste sono le acque di Merìba, dove gli Israeliti litigarono con il Signore e dove egli si dimostrò santo in mezzo a loro.

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 94
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Canto al Vangelo    Mt 16,18
Alleluia, alleluia.

Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa
e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 
Alleluia.

 
Vangelo
   Mt 16, 13-23

Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».