Santa Messa 16-6-20

 

Beato Aniceto (Wojciech) Koplinski

Sacerdote cappuccino, martire

É a partire dalla fine che spesso una vita riceve la sua luce. Questa constatazione è doppiamente vera per un uomo che il 13 giugno 1999 venne proclamato beato a Varsavia da Giovanni Paolo II in occasione del suo ottavo viaggio in Polonia. Quest’uomo sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse giunto agli onori degli altari. Ma ora la sua vicenda getta un’ennesima luce nel tanto buio capitolo della storia tedesca di questo secolo. E anche nella vicenda umana, la sua fine manifesta chi è stato e per che cosa è vissuto.
Stiamo parlando di Aniceto Koplin, un cappuccino finora sfuggito alle cronache del mondo. Nato il 30 giugno 1875 in Preußisch-Friedland (oggi Debrzno) nella provincia di Prussia occidentale (Westpreußen) in Germania, una città confinante con la Polonia in cui forte era anche la presenza polacca.
Forti in particolare erano i rapporti tra i pochi cattolici tedeschi della zona e il gruppo dei polacchi soprattutto a causa della comune fede cattolica, che dava loro l’occasione di partecipare alle stesse liturgie e di condividere anche gli stessi lavori. Il piccolo Adalberto, il nome che gli venne imposto nel battesimo, era il più piccolo di 12 fratelli, di una famiglia tutt’altro che benestante che si manteneva con lo stipendio del padre operaio. Adalberto, o semplicemente Alberto, come tutti lo chiamavano, conobbe anche i cappuccini noti in quel tempo per il loro apostolato sociale e ne ebbe anche un’esperienza diretta nella sua giovinezza. Il 23 novembre 1893 egli entrò nel lontano convento dei cappuccini di Sigolsheim nell’Alsazia (nella Prussia tutti i conventi cappuccini erano stati soppressi) appartenente alla provincia Renano-Wesfalica, e ricevette il nome di Aniceto (l’invincibile).
Il giorno dell’Assunta del 1900 venne consacrato sacerdote per svolgere poi il suo ministero innanzitutto a Dieburg, poi lungamente nella regione della Ruhr (Werne, Sterkrade, Krefeld) come assistente per la gente polacca. A casa aveva infatti un po’ studiato polacco e l’aveva poi migliorato personalmente durante gli anni di studio, sfruttando anche una volta il periodo di ferie presso la sua sorella che viveva in Polonia per trascorrere un periodo in un ambiente polacco. Nel suo apostolato nella zona della Ruhr la sua conoscenza della lingua polacca gli era molto utile, come anche la sua origine da una famiglia di operai. Egli riusciva a capire la gente operaia, e viceversa essi capivano lui. La vicinanza affettiva alla Polonia, non diminuiva però il suo amore per la Germania: era un uomo di frontiera, ma anche un patriota. All’inizio dello scoppio della prima guerra mondiale compose delle poesie a favore della guerra, composizioni che oggi ci imbarazzano. Ma anche questa sua capacità poetica più tardi pose a servizio dei poveri che divennero sempre di più l’unico obbiettivo della sua attività pastorale.
La svolta fondamentale nella vita di p. Aniceto avvenne nel 1918 a Krefeld quando gli venne rivolta la richiesta di rendersi disponibile per la riorganizzazione della vita ecclesiale e dell’Ordine a Varsavia. Con entusiasmo accettò questa sfida. Dopo lunghi anni di dominio zarista, la Polonia aveva ritrovato la sua libertà. Però la situazione economica era disastrosa e molti erano i poveri e le famiglie che vivevano nella miseria. Né molti erano i grandi ricchi, come vediamo oggi nelle situazioni contraddittorie di paesi quali il Brasile, il Messico, l’India. P. Aniceto si fece mediatore tra questi due gruppi. Senza chiedere nulla per sé, sempre con il suo povero saio e con i sandali, lo si vedeva sempre a piedi per le strade di Varsavia a chiedere la carità per i suoi poveri. E ciò che poteva ricevere riponeva nelle profonde tasche del suo mantello: pane, salsicce, frutta, verdura, dolci per i bambini. Spesso si caricava sulle sue spalle pesanti pacchi o trascinava grandi valige piene di beni di prima necessità. Il 25 gennaio 1928 scrive al suo provinciale padre Ignazio Ruppert: “Un particolare impegno, che rappresenta spesso un lavoro gravoso, costituiscono per me i numerosi poveri e la molta gente qui senza lavoro, per i quali quasi giornalmente esco per la questua”. Era stimato per questo come “san Francesco di Varsavia”.
Non si è lontani dal vero se si interpreta la sua attività di questuante per i poveri come un’espressione di attività sportiva.
Fin dalla sua giovinezza egli si era esercitato giornalmente nel sollevamento dei pesi. In occasione della preghiera di mezzanotte, tradizione che per ogni frate iniziava dal noviziato, egli, prima della preghiera o dopo essere tornato in camera, si esercitava nella sua specialità. La sua costanza lo portò ad una grande potenza muscolare così da poter fare cose straordinarie, con la gioia dei suoi confratelli o a vantaggio dei poveri o anche a servizio dell’attività pastorale. Così alzava tavoli e banchi o mostrava le sue capacità nelle feste paesane per poi passare con il “cappello” (zucchetto) chiedendo la ricompensa per i suoi poveri. Si racconta che un poliziotto violento con la sua moglie e i suoi bambini, nonostante le sue ripetute confessioni, non riusciva a migliorare il suo carattere aggressivo. Un giorno padre Aniceto lo portò in sagrestia, lo prese per la cintura e lo sollevò sopra la sua testa urlandogli: “Vedi cosa posso farti? E che farà Dio con te se continui ad essere così violento?”. La lezione fu efficace, il poliziotto si liberò dalla sua violenza.
Quando padre Aniceto non era in giro per i suoi poveri, sedeva spesso nel confessionale della chiesa dei cappuccini di Varsavia. Ogni mattina iniziava a confessare un’ora prima della messa e vi restava per tutta l’ora seguente, e di nuovo alla sera, quando ritornava in convento dalla sua questua. Svolgeva questa attività più volentieri che predicare, richiesta quest’ultima che gli veniva rivolta soltanto di rado dal superiore, a causa della sua conoscenza limitata del polacco.
Ai molti sacerdoti che venivano al suo confessionale impartiva delle brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino; egli venne scelto come confessore dai vescovi Gall e Gawlina, e anche dal cardinale Kakowski e dal nunzio apostolico Achille Ratti, il futuro Pio XI. Come penitenza normalmente imponeva di fare un’elemosina per i poveri, penitenza data anche al cardinale Kakowski al quale impose di donare durante il tempo invernale un carro di carbone per una famiglia povera.
Padre Aniceto si prese cura dell’anima e del corpo degli altri. Chiedeva ai ricchi pane per i poveri, ma invitava questi a pregare per sé e per i ricchi: davanti a Dio ognuno porta la responsabilità dell’altro. Di grande significato era vedere davanti al suo confessionale officiali dell’esercito accanto ai contadini, donne eleganti vicino a povere vedove. Il cappuccino aveva lo stesso amore per tutti. La notizia che qualcuno era morente lo faceva correre al suo capezzale per consolarlo e portargli i sacramenti della confessione e della comunione. E se qualcuno moriva abbandonato da tutti, egli si prendeva cura anche della sepoltura. Spesso prendeva parte ai riti funebri e alla processione verso il cimitero, pregando lungo la via il suo breviario o il rosario, e a volte succedeva che tanta era la sua immersione in Dio da non accorgersi dell’entrata del cimitero così da andare oltre mentre il corteo funebre svoltava verso il camposanto.
Aniceto Koplin era di nazionalità tedesca. Non lo nascondeva, nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a rivelarsi inaccettabile. Quando si trovava a discutere con i suoi confratelli egli spesso batteva i pugni contro il tavolo parlando degli avvenimenti politici della Germania. Aveva intravisto e capito lo spirito anticristiano del nazionalsocialismo e la sua visione demoniaca del mondo. Per Aniceto non si poteva entrare a patti con questa corrente politica. Avendo sperimentato fin dalla sua giovinezza l’onestà e la fede della gente polacca, non poteva non schierarsi dalla loro parte, fino ad assumere, animato da una radicale solidarietà, il nome di Koplinski. Durante la prima settimana dell’occupazione tedesca in Polonia, egli rimase in convento. Ma subito lo si vide impegnato nell’aiuto ai suoi poveri e anche a coloro che dovevano fuggire a causa della violenza nazista. Dall’ambasciata tedesca, utilizzando la sua conoscenza del tedesco, ottenne i necessari permessi per ottenere viveri, vestiti, scarpe e medicine. Il padre Koplinski si impegnò anche per i cristiani non cattolici e per gli ebrei, cosa testimoniata dall’arcivescovo Niemira.
Per la Gestapo i cappuccini e in particolare p. Koplinski erano fumo negli occhi. Il giorno dell’Ascensione del 1941 ebbe luogo il primo interrogatorio. Il cappuccino prussiano, senza paura e con molta franchezza, come era sua abitudine, espresse un giudizio molto pesante: “Dopo quello che Hitler ha fatto in Polonia, io mi vergogno di essere un tedesco”. È possibile ritenere che il padre cappuccino avrebbe salvato la sua vita, se si fosse appellato alla sua cittadinanza tedesca. Ma non sembra, per quanto sappiamo, che abbia tentato questa via di uscita, che poi avrebbe contraddetto la schiettezza e lo spirito di sacrificio che contraddistingueva la sua persona. Sta di fatto che il 28 giugno 1941, il giorno dopo l’attacco aereo a Varsavia, venne arrestato insieme ad altri 20 confratelli e rinchiuso nella prigione di Pawiak. Motivo dell’arresto era di aver letto fogli propagandistici antinazionalsocialisti e di aver espresso idee contrarie al nuovo regime.
Arrestati vennero rasati dei capelli e della barba e spogliati anche dei loro abiti religiosi, tuttavia fu concesso loro di conservare il breviario. Il padre guardiano e p. Aniceto furono torturati per spingerli ad autoaccusarsi, senza però riuscire a strappar loro l’ammissione di aver istigato la gente alla ribellione contro il regime. Egli rimase fedele alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, anche dinanzi alle minacce e alle rappresaglie; ne fa fede quanto dichiarò apertamente durante gli interrogatori: “Sono sacerdote e dovunque vi siano uomini, io là opero: siano essi ebrei, polacchi, e ancor più se sofferenti e poveri”.
Il 3 settembre furono caricati tutti in un carro bestiame per essere trasportati ad Auschwitz, dove ricevettero la tanto tristemente famosa casacca a strisce e un numero di prigionia. Era stata strappata loro la dignità di persone per essere ridotti ad un numero tra le migliaia di altri prigionieri. Avendo 66 anni P. Aniceto venne destinato nel blocco degli invalidi, che a sua volta era vicino a quello dei destinati allo sterminio. Non sappiamo bene quali soprusi e maltrattamenti egli dovette sopportare durante le cinque settimane che seguirono, ma lo possiamo un po’ ricostruire dai racconti che riportarono i sopravvissuti. Possediamo però la testimonianza diretta del suo provinciale e compagno di prigionia p. Arcangelo, il quale racconta che “p. Aniceto, appena giunto all’entrata del campo di concentramento, venne bastonato perché non riusciva a tenere il passo degli altri; oltre ciò fu azzannato anche da un cane delle SS. Durante l’appello il frate cappuccino venne messo insieme agli anziani e a coloro che non potevano lavorare e collocato nel blocco vicino a quello dei destinati alla morte. Durante tutto questo periodo di sofferenze p. Aniceto ha pregato e taciuto, mantenendo costantemente la pace e il silenzio”.
Questa testimonianza è sufficiente per farci intuire che il padre cappuccino, dopo aver spesso celebrato la via crucis e aiutato altri a portare la loro croce dietro Gesù, viveva quel momento tragico della sua esistenza unito a Gesù e come sentiero doloroso verso il Golgota. Colui che fino a poco tempo prima aveva urlato per difendere i poveri e condannare il peccato, ora taceva e pregava. Prima di essere portato alla camera a gas, diceva ancora ad un amico: “Dobbiamo bere fino in fondo questo calice”.
Il 16 ottobre gli aguzzini dopo aver allestito un breve processo, buttarono il p. Aniceto insieme ad altri prigionieri in una fossa e gettarono sopra di loro calce viva; una morte atroce, poiché la calce sprigiona una violenta attività corrosiva sui corpi vivi fino a consumarli come fosse fuoco.
Dopo essere vissuto povero ed essersi impegnato per i poveri, Aniceto Koplin ha incontrato sorella morte nella più totale povertà.
Esternamente era stato spogliato di tutto anche della sua carne, ma internamente rimase ricco di un tesoro che nessuno mai gli avrebbe potuto strappare: la fede, la dignità, l’attenzione amorosa agli altri. È morto nella speranza della resurrezione e nella fede che anche la sua sofferenza e atroce morte costituiva un aiuto per riconciliare gli animi divisi della Germania e della Polonia, dei giudei e dei cristiani, dei cattolici e dei protestanti, dei poveri e dei ricchi.

Fonte:
Santa Sede

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  1 Re 21, 17-29
Hai fatto peccare Israele.

Dal primo libri dei Re
[Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”».
Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo».
In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti.
Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa.
La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 50
Pietà di noi, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza:
la mia lingua esalterà la tua giustizia.

Canto al Vangelo  Gv 13,34 
Alleluia, alleluia.

Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Alleluia.

Vangelo   Mt 5, 43-48
Amate i vostri nemici.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».