Santa Messa 7-3-19

Gesù perdona i nostri peccati e illumina le nostre anime

SANTE PERPETUA E FELICITA

Insieme con san Cipriano, le sante Perpetua e Felicita rientrano nel numero dei martiri africani più illustri della cristianità. Queste due spose e madri subirono il martirio sotto l’Imperatore Settimio Severo insieme a Saturo, Revocato, Saturnino, Secondino. Vibia Perpetua, un’aristocratica e colta matrona di 22 anni, sposa e mamma di un bambino, era con i suoi servi, compagni di martirio, originaria di Thuburbo Minus, antica città dell’Africa proconsolare, l’attuale Tebourba, in Tunisia, terra che nel III secolo era tappezzata di chiese, come risulta dalle mappe storiche, tanto che qui sorsero tre Papi: Vittore I (189-199), Milziade (311-314), Gelasio I (492-496).
Ma con l’invasione degli arabi (VII secolo) venne imposta l’islamizzazione (oggi il 98,6% della popolazione è di religione musulmana); per quest’ultima ragione, fuorché a Cartagine, non si trova più traccia in Africa del culto reso a Perpetua e Felicita, tuttavia esso passò (fra il III e IV secolo) in Italia e in Spagna.
L’anniversario del loro martirio è ricordato nella Depositio martyrum, calendario romano del IV secolo. Tracce della devozione le ritroviamo su di un sarcofago di Bureba (Spagna, metà del IV secolo); inoltre nel corteo trionfale dei martiri presente in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna e nella basilica di Parenzo (città situata sulla costa occidentale della penisola istriana, IV secolo). Infine, i nomi di tutti i membri del gruppo dei martiri compaiono nel Martirologio geronimiano. La prigionia, i preliminari del martirio e il martirio stesso sono narrati nella Passio che viene spesso considerata l’archetipo delle passioni dei martiri cristiani.
La Passio è un documento composito, redatto subito dopo il martirio. È costituito da quattro parti: una prefazione di carattere oratorio (§ 1), seguita da un breve capitolo in cui l’autore anonimo presenta i catecumeni, per dare subito dopo la parola a Perpetua, riproducendo ciò che ella scrisse nel suo Diario di prigionia (§ 2). Questa parte descrive ciò che avvenne dopo l’incarcerazione, gli sforzi di suo padre per allontanarla dalla fede e le quattro visioni che ebbe durante la prigionia (§§ 3-10).
Il racconto si interrompe alla vigilia dei giochi nell’anfiteatro di Cartagine e si conclude con le seguenti parole della santa: «Questo è quello che ho fatto fino alla vigilia dei giochi; quanto a ciò che accadrà durante i giochi stessi, se qualcuno vorrà, lo scriva» (§ 10-15). In seguito troviamo un breve racconto del catechista Saturo, che rivela una sua visione del Paradiso (§§ 11-13).
La quarta e ultima parte descrive i giochi, in cui i cristiani furono messi a morte. Gli studi hanno condotto a presumere che l’originale della Passio sia stata redatta in latino e non in greco (versione ritrovata alla fine del XIX secolo) e che l’autore sia Tertulliano, il quale, senza modificare i racconti personali di Perpetua e di Saturo, li avrebbe intercalati con una parte narrativa (§§ 14-21), inserendo il tutto fra un prologo e un epilogo. Tuttavia lo studioso René Braun ha proposto la tesi che il narratore potrebbe essere il diacono Pomponio, più volte menzionato da Perpetua, nonché suo maestro nella fede.
In tutta la letteratura agiografica non si trovano molti testi ricchi di così spontanea freschezza quanta ne mostra questa Passio. La vita dei martiri nel carcere è descritta in modo esemplare. Poco dopo l’arresto, i catecumeni, ben presto battezzati, sono rinchiusi in una buia segreta di un carcere di Cartagine. Due diaconi, Terzio e Pomponio, si adoperano per alleviare un poco le loro sofferenze. Perpetua, dal canto suo, è torturata non per sé, ma per il suo bambino. Scrive: «Oh giorno terribile! Caldo soffocante provocato dall’affollamento […] mi struggevo di preoccupazione per il mio bambino, lì. Allora Terzio e Pomponio […] pagando una mancia, ci ottennero di essere traferiti per poche ore in una parte migliore del carcere, dove potevamo trovare ristoro. Allora, uscendo dal carcere (sotterraneo) tutti avevano modo di pensare a sé: io allattavo il bambino ormai stremato dall’inedia; preoccupata com’ero per lui, parlavo con mia madre, facevo coraggio a mio fratello, raccomandavo mio figlio. Mi tormentavo proprio perché li vedevo tormentarsi a causa mia. Sopportai tali preoccupazioni per molti giorni e ottenni che il bambino rimanesse con me in carcere; e subito si riprese e fui sollevata dalla pena e dalla preoccupazione […] e il carcere diventò per me all’improvviso una reggia, tanto che preferivo essere lì piuttosto che in qualsiasi altro luogo» (§ 3, 6-9). Questa santa madre che vuole la vita per suo figlio e la morte per sé, non cede alla volontà dell’autorità, che la processa e le chiede di fare sacrifici agli dei, e non soccombe all’apostasia che il padre pagano le propone in tutti i modi.
Delle quattro visioni, la prima è la più ricca di immagini e simboli, di cui si è nutrita la più antica tradizione iconografica. La santa vide una stretta scala di bronzo alta fino al cielo, sui lati della quale c’erano diversi strumenti di ferro: spade, lance, arpioni, coltelli, spiedi. Se la persona non era accorta veniva dilaniata nelle carni. Ai piedi della scala si trovava un serpente gigantesco, pronto ad impedire la salita a chi si avvicinava, ma Perpetua calcò il suo capo come fosse il primo gradino e proseguì per giungere in un immenso giardino, abitato da migliaia di persone vestite di bianco, dove al centro c’era un pastore che, mentre mungeva delle pecore, le diede il benvenuto, poi la chiamò per nome e le offrì un boccone di formaggio che mungeva «e io lo presi con le mani giunte e lo mangiai; e tutti all’intorno dissero: “Amen”. Al suono di quella voce mi svegliai avendo ancora in bocca non so che di dolce. E subito riferii a mio fratello, e comprendemmo che ci sarebbe stata passione e cominciammo a non riporre più alcuna speranza nel mondo» (§ 4, 9-10).
Nell’episodio finale subentra Felicita (forse moglie di Revocato), madre del bimbo che porta in grembo da otto mesi. È profondamente afflitta: teme che il suo martirio possa essere rinviato a causa della gravidanza, infatti la legge romana proibiva l’esecuzione capitale delle donne incinte. Ma dove non può intervenire l’uomo, a chi ha fede, interviene Dio, così due giorni prima dei giochi romani, dove i cristiani saranno dati in pasto alle belve feroci, il gruppo si unisce in preghiera e avviene il miracolo: Felicita dà alla luce una bambina, che una «sorella nella fede allevò come fosse sua figlia» (§ 15,7).
La mattina del 7 marzo lasciano il carcere per entrare nell’arena. Nella Passio l’autore definisce Perpetua matrona Christi (sposa di Cristo), Dei delicata (prediletta di Dio), mentre di Felicita viene detto: «gioiosa di aver partorito senza danno, così da poter combattere contro le fiere, passando dal sangue al sangue, dalla levatrice al reziario [una delle classi gladiatorie dell’antica Roma, ndr], pronta a ricevere, dopo il parto, il bagno di un secondo battesimo» (§ 18,3).
Il coraggio che il Signore diede a Perpetua fu lo stesso che elargì a Felicita, la quale, mentre era nel travaglio del parto, rispose ad un inserviente del carcere che le chiedeva che cosa avrebbe fatto di fronte alle fiere se già adesso lamentava il dolore delle doglie: «Ora sono io a soffrire ciò che soffro; là invece ci sarà in me un altro che soffrirà per me perché anch’io soffrirò per lui» (§ 15,6).

Autore: Cristina Siccardi

LITURGIA DELLA PAROLA 

Prima Lettura   Dt 30, 15-20
Io pongo oggi davanti a te la benedizione e la maledizione.

Dal libro del Deuteronòmio
Mosè parlò al popolo e disse:
«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore, tuo Dio, ti benedica nella terra in cui tu stai per entrare per prenderne possesso.
Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso, attraversando il Giordano.
Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare nel paese che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe».

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 1
Beato l’uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.

Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere.

Non così, non così gli empi:
ma come pula che il vento disperde.
Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via degli empi andrà in rovina.

Canto al Vangelo   MT 4, 17
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Convertitevi, dice il Signore,
perché il regno dei cieli è vicino.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo
        Lc 9, 22-25

Chi perderà la propria vita per me, la salverà. 

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».